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date: "2020-05-13T21:52:00+02:00"
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author: "superadmin"
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categories: ["Altro", "Psichiatria"]
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# Distanziamento sociale: un ossimoro per noi operatori. “Sostenere chi aiuta”

![](https://www.comunitadicapodarco.it/wp-content/uploads/2020/05/operatore-san-claudio2.png)“Questa situazione ci ha portato, tra le altre cose, a prendere confidenza con parole nuove, stonate e per fortuna di rarissimo utilizzo: “distanziamento sociale”, “contingentato”, “identità sociale limitata”, “assembramento” **rappresentano molto spesso per noi operatori, per noi gente di comunità, un ossimoro”**. Con queste parole Antonio Scarpone, operatore della [Comunità San Claudio](https://www.comunitadicapodarco.it/altra-sede/comunita-san-claudio/)di Corridonia (MC), struttura di tipo residenziale che accoglie persone con problematiche psichiatriche, ha raccontato le difficoltà e le sensazioni che l’emergenza Covid ha portato nella vita di comunità.

Un’emergenza che, sottolinea Antonio, “ci impone e ci permette di reinventare nuovi modi di passare il tempo e quasi sempre dentro quattro mura”. “Vivere la limitazione e la privazione” – prosegue – “è **per noi una cosa straordinaria ma in molte situazioni per i nostri ospiti è l’ordinario**. Situazione che per certi versi ci mette nella loro condizione e certamente non può non farci considerare il loro punto di vista. Personalmente, ad esempio, ho apprezzato questa Pasqua ristretta e intima, fatta decisamente di poca apparenza e molta sostanza. Trascorrere una festività lontani dagli affetti più cari, pochi fronzoli e tanto tempo da riempire, è stata una condizione straordinaria ma per molti ospiti è assolutamente normale e a volte difficile”.

“Se per loro c’è una certa libertà sul come passare questo tempo, non ce n’è spesso altrettanta sul dove. **Noi operatori invece siamo piuttosto ospiti di noi stessi,** nelle nostre abitazioni e all’interno di ristrette relazioni familiari, in alcuni momenti soli. Cosa decisamente nuova rispetto alla vita di tutti i giorni. Alla “solita” vita di qualche tempo fa. Tornando alla Comunità, per quanto essa sia una dimora accogliente e un ambiente protetto, la differenza sostanziale sta nel fatto che le case in cui passiamo la quarantena sono le nostre. Dunque ci impegniamo a rendere ancora migliore la presenza delle persone nella nostra struttura, con maggiore attenzione ai loro bisogni e a mantenere la routine tenednoli e tenendoci attivi, cercando di vincere dove possibile e anche dove impossibile la singolare novità dettata dall’emergenza Covid”.

L’arrivo quasi improvviso del virus nelle vite comunitarie ha rivoluzionato drasticamente concetti e abitudini quotidiane del tutto basilari per operatori e ospiti. A maggior ragione se questi ultimi necessitano di supporto psicologico. “**Come si può evitare un assembramento in una realtà chiamata Comunità?** Come gestire il distanziamento sociale (locuzione già di per sé orribile)**in un contesto in cui si cerca piuttosto di favorire l’inserimento sociale?**” – spiega Antonio Scarpone. “L’identità sociale poi è argomento ancora più complesso per chi vive una condizione di disagio psichico, perché l’accesso ad una molteplicità di cose è già in partenza limitato. Vuoi per la contingenza della situazione individuale, vuoi per una sorta di stigmatizzazione che da sempre accompagna la malattia psichiatrica. Ma questa è una vecchia storia. La novità è lavorare con una maschera che ti copre il volto e far capire che comunque sotto la maschera spesso ci sono dei sorrisi. A troppe parole a volte è preferibile l’azione, un agire consapevole che tutti i giorni mette in moto le varie attività della nostra Comunità. Scegliere le parole in modo da non creare ansia, vincere le paure e le incertezze degli ospiti che per forza di cose a volte si confondono con le nostre. Vivere una quotidianità che per fortuna e per professione non è molto cambiata, quando fuori dal cancello è stravolta. Lavorare con professionalità in un ambito decisamente particolare mentre l’irrazionalità è diventata quasi un problema più esterno che interno alla Comunità. Si lavora con più fatica certamente, ma anche con più fiducia e più speranza. La speranza sempre accesa è che arrivi presto il momento in cui potremo passeggiare senza sentirci Clint Eastwood, pronti ad affrontare lo sguardo dello sconosciuto sul marciapiede come nei migliori western. **E anche su questo potremmo fare qualche parallelismo con la condizione dei cosiddetti “diversi”.**

Convivere con questa situazione a conti fatti, pur tra mille difficoltà, può rappresentare un fattore di crescita umana: “In ogni caso” – conclude Antonio – “l’esperienza mi persuade sempre più che questa situazione per tanti aspetti drammatica possa comunque offrirci uno stimolo di miglioramento. Può spingerci ad apprezzare e **sostenere chi si prende cura piuttosto di chi trascura,** **può farci preferire chi vuole unire e tenere insieme a chi tende a dividere**. Può convincerci che l’aiuto sia la strada da percorrere, ora più che mai con metodo e attenzione, certamente con nuovi protocolli ma sempre con passione e magari un sorriso in più. Perché è bene adoperarsi per un miglioramento, soprattutto in un momento difficile in cui cambiare non è solo auspicabile, ma previsto per decreto”.
