BAMBINI CHE LAVORANO
Si è a lungo ritenuto che il lavoro minorile fosse l’espressione di una struttura produttiva tecnologicamente arretrata, oppure, più semplicemente, che fosse un fenomeno determinato dalla povertà, dalla necessità di un salario integrativo o sostitutivo a quello dei genitori, o, ancora, fosse l’effetto del disinteresse e dell’abbandono a cui sono “destinati” i bambini del sottoproletariato.
La riduttività di tali ipotesi, oltre che dall’indagine socioeconomica, viene efficacemente mostrata da un’analisi più propriamente psicologica. Anche se il lavoro minorile resta pur sempre un fenomeno circoscritto alle classi meno agiate, la semplice equazione lavoro minorile = povertà = infanzia abbandonata deve essere superata da un modello molto più complesso e variegato, dove l’elemento fondamentale sembra essere non la mancanza ma la presenza di specifiche strategie di socializzazione, rispetto a cui lo stesso ruolo della scuola e della famiglia va riesaminato. Le autrici si sono rifatte alla teoria della scuola storico-culturale sovietica, in quanto pone in primo piano i nessi tra attività e sviluppo e la loro determinazione sociale; le ipotesi, formulate dalle autrici su questa base, sono sostenute da un’ampia documentazione empirica, riportata nel testo.




