L’alfabeto che vola nelle pagine del libro nasce seguendo un percorso tortuoso e tormentato. Chi lo ha prodotto è un uomo di settanta anni. Anni la maggior parte trascorsi in istituzioni totalmente segregative. Prima il carcere, all’età di 18 anni, poi il manicomio giudiziario. Quindi l’internamento psichiatrico. E, infine, la comunità per ex internati dove ancora oggi risiede. Quest’uomo si chiama Sebastiano. Sebastiano T. Ma in arte, poiché egli è senz’altro un Maestro di belle arti, lo chiameremo Estè.
L’arte di Estè, comunque non è di quel genere “alto” esposto nelle gallerie e nei musei. Autentica ed essenziale, essa si risolve in uno sfregio per l’occhio finemente ammaestrato. Alle mode non concede proprio niente. Che, anzi le sue immagini entrano in collisione dirompente con i luoghi, le prospettive, gli stili comuni. E l’effetto è inquietante.
I segni di Estè erompono dagli abissi di un corpo su cui si sono abbattute tutte le possibili violenze. E ogni glifo ci mostra senza raffinamenti le più estreme tensioni del vivente.
ART BRUT, la chiamerebbe Jean Dubuffet, opera “elaborata in una solitudine drammatica e per l’incanto del suo solo autore”.