Per il detenuto non c’è nulla di immateriale nel suo soffrire in carcere: cattiva alimentazione, pessima igiene, forzata promiscuità, contagi letali, violenze fisiche, ecc. 
Il carcere è anche e ancora una pena corporale.
Dire che il carcere è il luogo o lo strumento per patire il dolore della sola perdita della libertà è mentire o prestare fede alle bugie dei giuristi. Eppure, per un istante, conviene fingere: immaginare che effettivamente sia possibile rendere immateriale, pura, la violenza della pena legale. Il libro non tratta degli abusi, delle illegalità e violenze che quotidianamente si compiono entro le mura carcerarie. Né elenca gli arbitrii e le torture del carcere “sporco”, che denunce e riforme istituzionali, da sempre, hanno apparentemente preso di mira. I materiali presentati riguardano la pena ordinaria, che è di per sé straordinaria, perché infligge patimenti e mutilazioni. Si tratta del carcere infinitamente riformato in quanto irriformabile, che produce spersonalizzazione, infantilizzazione, espropriazione del tempo e della comunicatività.