I Bantu d’Angola pronunciano Honga e intendono il fiume che scende alla foce, portandosi ogni sguardo umano che vuole comprenderlo tutto; e nella parola sembrano vibrare le speranze, le attese, le domande create da un corso che va verso una foce, provenendo da una fonte. C’è un terribile malinteso che ha impedito alla cultura occidentale di dialogare veramente con le culture dell’Africa Nera.
Il libro tenta di presentare una grande cultura, quella bantu, come un sistema di pensiero dotato i profonde potenzialità creatrici. Come l’impalpabile polverina che le farfalle hanno sulle ali resta spesso sulle dita di chi le cattura per metterle sotto vetro, così le culture africane hanno sporcato l’occidente, lo hanno intrigato con l’arte e con la musica senza mai convertirlo alla pazienza della parola, all’incanto dell’attesa alla fraternità con la natura.
E la speranza è che dopo tanto prevalere di una cultura di guerra e di dominio queste culture sommerse contribuiscano a far traboccare sul mondo finalmente il dialogo e l’ascolto.
