Le nazioni povere non sono più le sole vittime del disordine economico ed ecologico: anche i Paesi ricchi hanno il loro “Quarto Mondo”. La povertà non ha frontiere, come non hanno patria l’aria, la terra, l’acqua, il vento. Cernobyl, l’“ottobre nero” della Borsa, le invasioni di cavallette e di alghe, le piogge acide, le siccità di ampiezza e frequenza crescenti ci dimostrano che non v’è disastro che non abbia ripercussioni planetarie. Dopo cinquant’anni ed una trentina di libri dedicati all’agricoltura, alla difesa del Terzo Mondo, alla salvaguardia dell’equilibrio ecologico, al pacifismo, Renè Dumont fa in questo volume un bilancio delle minacce che incombono sul pianeta, tracciando un agghiacciante affresco mondiale. E dà qualche consiglio, specifico o più generale, per scongiurare un cataclisma anche troppo facilmente prevedibile. Non si tratta più di “utopia o morte”, come scriveva qualche anno fa, ma ormai, più drammaticamente (poiché non si è voluto perseguire l’utopia), di “realismo o di morte”. Perché quello che ci prospetta il Duemila, se non si cambia subito rotta allo sviluppo ed agli “aiuti allo sviluppo“, è una catastrofe biblica, una tragica carestia che partirà dal più “debole” dei continenti, l’Africa. Ma che non si fermerà lì.
