Questo rapporto costituisce il primo risultato dei lavori della Commissione d’indagine sulla povertà e l’emarginazione ricostruita dal Parlamento nel novembre 1990 e collocata presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri quale strumento di consulenza e proposta.
La povertà è una realtà molto diffusa in tutti i paesi occidentali che pure hanno raggiunto livelli di sviluppo e benessere assai elevati. Un rapporto della Comunità europea ha stimato che nel 1985 oltre 49 milioni di persone si trovavano in condizione di povertà all’interno dell’Europa dei dodici.
Anche l’Italia, che pur si vanta di essere fra le nazioni più ricche del mondo, registra una forte presenza di poveri fra i suoi cittadini. Il rapporto documenta infatti l’esistenza di oltre otto milioni e mezzo di persone che, secondo un metodo di calcolo generalmente accettato, possono essere considerate povere.
Nelle società a benessere diffuso, come appunto l’Italia, la povertà tende ad assumere contenuti e intensità diverse: al livello inferiore si constata la perdurante presenza di situazioni di vera e propria miseria, caratterizzata da gravi carenze rispetto ai bisogni di base. Via via che ci si allontana dal livello inferiore la combinazione dei fattori della povertà tende a diversificarsi secondo una molteplicità di modelli, nei quali i bisogni di base sono variamente soddisfatti, mentre cominciano ad apparire altri bisogni “non materiali”. A cavallo del confine fra povertà e non-povertà si trova un’area di “disagio sociale” che si espande poi nel mondo della non-povertà e che, così come sarebbe fuorviante chiamare – come molti fanno – “nuova povertà”, altrettanto non può essere in alcun modo sottovalutata.