Non è vero che i ragazzi pensano poco. Non è vero che non si interrogano. Vivono in uno stato d’angoscia. Hanno paura del domani, temono la competizione che li aspetta, hanno l’angoscia di non apparire sufficientemente intelligenti, brillanti, vivono con apprensione il confronto con i genitori, con i fratelli, con gli insegnanti. Scherzano per coprire la paura. Sembrano aggressivi, ma non lo sono. Direi anzi che c’è un eccesso di sottomissione, il rischio maggiore della nostra epoca, quello che provoca l’accettazione di cose non accettabili. E ciò che può distruggere l’umanità non è tanto un’aggressività naturale, ma un eccesso di sottomissione. (R. Levi Montalcini, Corriere Salute, 26 novembre 1991). Non esiste un camino pacifico verso un ideale, che su questa terra non è possibile raggiungere. Penso piuttosto a una lotta seria per diminuire l’ingiustizia e aumentare l’onestà. (I giovani possono essere motivati) facendo capire che è più bello dare che ricevere (C.M. Martini, Corriere della Sera, 2 ottobre 1991).
L’adolescenza come tempo della conflittualità, dell’impazienza, della maturazione viene letta in quest’opera alla luce della correlativa e necessaria responsabilità degli adulti: di fronte agli sconvolgimenti del suo mondo interno, l’adolescente deviante necessita di figure autorevoli che gli consentano finalmente di trovare un’identificazione strutturante.
