Nel corso degli ultimi cinquant’anni l’antropologia si è profondamente trasformata: durante questo periodo ha allargato in modo enorme i propri orizzonti. Con le sue domande, e con gli strumenti che le sono caratteristici, ha investito altre aree culturali; arricchendosi di concetti e prospettive proprie di altri saperi “di confine”, ha riformulato i propri modelli e ha elaborato nuove problematiche, talvolta molto diverse da quelle di un tempo. A loro volta, questo allargamento di orizzonti e questo interesse per altre “regioni” del sapere, per nuovi oggetti e nuove problematiche, hanno avuto un potente effetto di ritorno sull’immagine dell’antropologia, che ha definitivamente perso i connotati di “scienza delle società primitive”, ma stenta a trovare, nella molteplicità delle prospettive attuali, una nuova identità altrettanto forte. Negli ultimi vent’anni nuovi “paradigmi” si sono affacciati sulla scena a ritmo incalzante, spesso convivendo – ora in posizione dominante, ora in posizione subalterna – l’uno accanto all’altro: neofunzionalismo, prospettiva transnazionale, strutturalismo, neoevoluzionismo, prospettiva marxista, materialismo culturale antropologia simbolica, prospettiva ermeneutico-interpretativa…. Forse, al di là delle diverse prospettive e tendenze, l’elemento che caratterizza ancora l’antropologia in quanto “sapere dell’uomo” è, oltre al patrimonio di acquisizioni più o meno solide accumulato in quasi due secoli della sua storia, lo sforzo di continuare a pensare, comprendere e descrivere l’alterità culturale. Come e in che misura ciò possa avvenire, provano a spiegarcelo i saggi di Maurice Bloch, Silvana Borutti, Alberto M. Cirese, Pietro Clemente, Fabio Dei, Ugo Fabietti, Mondher Kilani, Luigi M. Lombardi Satriani, Calude Meillassoux, Fulvio Papi, Carmela Pignato, Francesco Remotti, Philip C. Salzman, Pietro Scarduelli, Alessandro Simonicca.