Che cosa accomuna lo scrittore che parla della sua città all’immigrato che si ambienta in una nuova realtà, l’indigeno indonesiano che vede nella struttura del proprio villaggio il riassunto del mondo, all’abitante di un cortile nella Palermo dell’800? Una competenza, una facoltà umana che si acquisisce con l’abitare e che Franco La Cecla ci invita a chiamare “mente locale”. In un excursus che va dalle mappe mentali dei pescatori siciliani alle poesie di Borges su Buenos Aires, dalle divinità indiane dei confini alle descrizioni di Parigi da parte di Perec viene fuori una dimensione inedita di qualcosa che c’è a tal punto familiare da non rendercene conto. Il nostro abitare è un’attività di conoscenza e di frequentazione dello spazio che ci circonda, un’attività pari per ricchezza ed implicazioni a quella del linguaggio. La “mente locale” è una conversazione ininterrotta tra la nostra presenza e quella dei luoghi. Franco La Cecla ci invita qui a ridarle la dignità che questa conversazione merita. (dalla prefazione di Paul K. Feyerabend)