Nonostante cresca l’esigenza di forme di regolazione sociale più ampie e comprensive di una legge o dell’operare coordinato di alcune istituzioni o di comunità, la cultura programmatoria non è più un riferimento autorevole. Oggi sono state abbandonate infatti le illusioni centralistiche, i rapporti ingenui tra conoscenza ed intervento, le ansie razionalistiche, e la cultura della programmazione non riesce ad individuare un nuovo punto di partenza ed affermare con convinzione la sua presenza. Essa incontra difficoltà a trattare la crescente complessità sociale, l’accelerazione delle trasformazioni, condivide rappresentazioni del vivere sociale, del conflitto e del consenso non adeguate, che risultano più orientate dal senso comune che dalla produzione scientifica. A questo punto l’autore propone tre tipi di programmazione: quella sostenibile, in quanto espressione di una consapevolezza compiuta delle esigenze di autonomia che i sottosistemi, le comunità e le istituzioni avanzano; quella comunicativa basata sull’intenzione di intendersi e quella relazionale che intende governare le relazioni fra le istituzioni e le relazioni intersoggettive e quelle ancora che si stabiliscono fra questi due versanti relazionali.
