Questo volume del Corriere della Sera contiene le venti interviste fatte da Marcelle Padovani a Giovanni Falcone tra il marzo e il giugno del 1991.
“Nemico numero 1 della mafia”, circondato da un alone leggendario di combattente senza macchia e senza paura, il giudice Giovanni Falcone, ha trascorso undici anni nell’ufficio bunker del Palazzo di Giustizia di Palermo a far la guerra a Cosa Nostra.
“Non sono Robin Hood”, commenta in tono scherzoso “né un kamikaze e tantomeno un trappista. Sono semplicemente un servitore dello Stato in terra infidelium”.
Non avrebbe voluto diventare un eroe, Giovanni Falcone. Perché era convinto che uno Stato tecnicamente attrezzato e politicamente impegnato potesse sconfiggere il crimine organizzato facendo a meno di tanti sacrifici individuali.
Per Falcone, la responsabilità collettiva di un ufficio specializzato, di un’istituzione locale, di una Procura nazionale, avrebbe dovuto cancellare le singole personalità, le singole responsabilità e dunque la vulnerabilità, dei singoli operatori dell’Antimafia: “Quando esistono degli organismi collettivi,” diceva “quando la lotta non è concentrata o simboleggiata da una sola persona, allora la mafia ci pensa due volte prima di uccidere.” Non avrebbe dunque, Falcone, voluto diventare un eroe.