L’immigrazione non è quasi mai frutto di una libera scelta e di desiderio di curiosità e di conoscenza. Nella storia sociale del mondo, ed anche oggi, rappresenta, invece, la fotografia impietosa delle contraddizioni di meccanismi economici di sviluppo. La fotografia di ricchezze mal distribuite di un mercato che non va dove vi sono uomini e risorse, ma sposta gli uni e gli altri dove essi sono già concentrati. Un meccanismo che punta ad annullare ed omologare culture, storie, sentimenti e idee, perché chiede loro solo di adeguarsi ai modelli sociali preesistenti. Chiede braccia e non testa, asservimento e non diritti.
Il dibattito sull’immigrazione nel nostro Paese è stato oggetto di troppi luoghi comuni non corrispondenti alla realtà. La Chiave di lettura di questo fenomeno, soprattutto per quanto riguarda le donne, viene fatta osservando gli aspetti più drammatici quali il lavoro nero o lo sfruttamento della prostituzione. Per questo per molti l’immigrazione è soltanto un problema di ordine pubblico. Chi s’illude che l’immigrazione possa essere affrontata con provvedimenti di ordine pubblico deve fare i conti con la complessità di questo fenomeno e con le esigenze di convivenza umana da cui non può prescindere una società democratica, così come le leggi che la regolano.