Con lo spirito del patologo chino al suo lavoro, Bauman ci mostra una società che respinge la stabilità e la durata, preferisce l’apparenza alla sostanza, sceglie come parola chiave “riciclaggio” e come “medium” per eccellenza il videotape (cancellabile e riutilizzabile); una società dove il tempo si frammenta in episodi (“il tempo non è più un fiume, ma un insieme di pozzanghere”), la salute diventa “fitness”, la massima espressione di libertà è lo “zapping”. Dalle macerie del vecchio ordine politico bipolare sembra emergere solo un nuovo disordine mondiale, mentre l’economia invoca ed ottiene la “deregulation” universale. Le figure emblematiche che abitano questo traballante universo sono il giocatore (in borsa o alla lotteria) e il turista, lo sradicato e “il collezionista di sensazioni”. Ma forse, più di ogni altro, lo straniero. E per impedire che l’individuo diventi presto straniero anche a se stesso, Bauman cerca di indicarci – richiamandosi a Weber, Kafka, Canetti, Lévi-Strauss e Sartre – oltre il velo delle incertezze e delle paure, quelle nuove strategie di vita che ogni società tende a interdire, perché mettono in discussione i suoi presupposti.
