Ennesimo capitolo sulla violenza e la lunga agonia jugoslava, la guerra in Kosovo non è che uno dei tanti conflitti etnopolitici in cui si consuma la frammentazione delle periferie europee, lungo l’arco di crisi che dal Sahara Occidentale si estende fino al Caucaso. Si è detto molto di come si è arrivati all’escalation che si è conclusa con le bombe NATO. Dopo la guerra del Kosovo, vale la pena fare una radiografia alla pace del Kosovo, osservando come si modella il paesaggio attorno a Pristina: se è vero che sotto le guerre ci sono sempre sia motivi contingenti sia questioni di ordine regionale e globale, questo è ancor più vero per questa guerra, a partire dalla quale si stanno ridisegnando le massime architetture della scena internazionale. Fra giugno 1999 e giugno 2000 emerge una pace assai fragile e poco sostenibile, fondata sull’incertezza e sull’opacità di gran parte delle questioni che avevano animato il dibattito sull’intervento militare, sullo status della regione e sulla sorte delle minoranze in primis.
Chi fa cosa, oggi, a Pristina? Come si sta muovendo la NATO, e chi comanda fra gli albanesi kosovari? Quanti soldi sono arrivati, e come? Chi vive meglio e di che cosa? Di quali violazioni di diritti fondamentali si parla, e quali sono le ripercussioni regionali di questa situazione? Verso cosa andiamo? Attraverso le lenti di autori che provengono dal mondo della ricerca, del giornalismo, della cooperazione e dell’associazionismo, questo studio, chiuso l’11 giugno 2000, propone una valutazione documentata, sistematica e indipendente di un anno di “intervento di pace” e ricostruzione, allo scopo di identificare gli scenari che si delineano sull’orizzonte di questa regione estremamente vicina all’Italia.
