A partire dagli avvenimenti bellici che hanno segnato la storia della nostra civiltà, il pensiero (politico) di Eric Voegelin va ricollegato alla sua teoria della coscienza, che vuole l’intelletto dell’uomo “aperto” alla molteplicità di esperienze della vita. Una coscienza che non si limita a considerare le relazioni umane come un prodotto di natura, nemmeno di una logica soltanto sociale, ma soprattutto e specificamente come espressione di una comunità esistenziale “ordinata”, cioè, caratterizzata dall’inferenza di quelle degli uomini, avvicinandola all’atto creatore divino.
La raccolta dei suoi scritti parte dall’inizio del 1939 e si prolunga oltre la fine della seconda guerra mondiale e lambisce la fase iniziale della tensione russo-americana, nei primi anni ’50. Si parte da un’analisi della società nazionalsocialista e sovietica, con alcuni accenni all’ideologia del fascismo, per arrivare alla riproposizione di un dibattito sulle origini del totalitarismo che Voegelin intrattenne con Hannah Arendt, e all’inedito contenuto di un’appendice con due conferenze radiofoniche del 1939 su temi politologici.