L’idea di un simile lavoro nasce dall’incontro dell’autrice, psichiatra e neuropsichiatra infantile, con l’etnopsichiatria e dal lavoro che la stessa svolge in un consultorio nelle periferie della regione parigina, a contatto con famiglie migranti che arrivano da ogni dove: Africa Nera, Asia, Pakistan Turchia ecc. Una famiglia che emigra porta con se oltre al dolore dell’esilio, i traumi del viaggio, le difficoltà economiche, linguistiche, l’esclusione sociale, la sofferenza dei bambini, dei genitori, il rischio di affido extra familiare, il fallimento scolastico e come scrive Rose Moro “una sorda sofferenza psichica”. I bambini stranieri presentano una vulnerabilità psicologica specifica, sostiene l’autrice, i figli dei migranti sono bambini esposti al rischio transculturale (quello del passaggio da un universo all’altro) è necessario aiutarli a costruire dei legami fra questi mondi trasformando gli ostacoli che incontrano in potenzialità creative. Come intervenire nella cura di simili casi? Come capire la genesi di questa vulnerabilità e l’articolazione fra il livello individuale e quello culturale? Da questi presupposti nasce l’elaborazione di un nuovo metodo che integra psicoanalisi e antropologia e tiene conto della particolarità individuale e culturale dei pazienti. Il lavoro di indagine svolto da Rose Moro parte dall’interazione madre/bambino in una situazione transculturale per approdare man mano attraverso modalità più complesse alla costruzione del legame del bambino con il mondo (padre, fratelli, famiglia, personaggi esterni, l’altro, in un nuovo ambito teorico definito: etnopsichiatria genitori-bambino.