Un libro che parla di città e bambini in modo duro, provocatorio, ma anche ottimista e propositivo. Duro, perché assume a proprio oggetto la violenza nelle sue varie forme, pur rifiutando il diffuso stereotipo dell’attuale crisi urbana come prodotto della microcriminalità. Provocatorio, perché analizza la decadenza dello spazio pubblico in maniera controintuitiva, partendo da una lettura della condizione del “bambino urbano” che costringe a rimettere in discussione gli approcci alla sicurezza oggi più di moda, dalla videosorveglianza al “coprifuoco” per i bambini. Ottimista, perché crede nella possibilità di far rivivere “strade buone” e “città del benessere”, se solo si riconoscono i diritti dell’infanzia sanciti dalla Convezione Onu del 1989. Propositivo, perché applica il diritto dei bambini a essere ascoltati: li fa parlare del malessere e delle violenze di cui sono vittime in una società che segrega chiunque non si conformi al modello dell’adulto produttore e consumatore. E perché indica, con i suggerimenti dei bambini stessi e con esempi concreti, come affrontare e risolvere alcuni fondamentali problemi di ambiente, di democrazia e di buon governo che pone la crisi del modello urbano contemporaneo.