Un discorso sul desiderio, che apre spazi all’esplorazione psicologica di orientamento junghiano, ma senza mandati di conquista. “E se le parole vogliono ancora dire qualcosa, allora il desiderio svela, fin nella radice, il suo obbligato destino: all’opposto del con-siderare, chi de-sidera è privo di quegli astri che gli illuminano la strada, per via di quel de che gli sottrae l’aiuto del cielo”. Dicendo desiderio, l’autrice vuole indicare la concretizzazione di un anelare costante: in quanto uomini e donne, siamo sempre alla ricerca di qualcosa di nascosto o di potenziale e ipotetico, di cui seguiamo le tracce…. In questo senso l’autrice pensa che il tema del desiderio, o meglio del desiderare, sia di tutti, anche se spesso non espresso o non avvertito chiaramente, e sempre preme dietro a ogni esistenza. In che modo il desiderio spiega una parte vitale della nostra esistenza? In che modo l’incontro immaginativo col desiderio consente a uomini e donne di riflettere su di sé? E quali sono le dinamiche delle proprietà autoriflessive del desiderio? A tali questioni, punti di partenza e di esplorazione, soprattutto dell’universo femminile, chi scrive vuole apportare unicamente gli strumenti della critica psicologica, affidandosi, tuttavia, in questo cammino tortuoso, a luoghi comuni letterari: “rozzi strumenti d’orientamento… ma in qualche misura fungeranno da guida”.
I testi sono quelli del genere fiabesco e narrano di figure femminili impegnate in un “inesausto procedere e ricominciare daccapo, attraverso quel tragitto dalla disperazione alla speranza che il desiderio consente, senza garantirlo”. Assunte come modello di confronto, le fiabe fungono nella psicologia del profondo da specchio nel quale ciascuno può continuamente vedere e continuamente scoprire se stesso, e ogni volta che vi guarda comprendere una particella in più del proprio sé sconosciuto.
