Storie di vita quotidiana, di vita vissuta nell’azzardo, alla ricerca di forti emozioni che possano, per brevi istanti, nascondere la grigia e noiosa realtà che attanaglia l’anima. Ossessioni necessarie per godersi il brivido velocissimo di vivere al massimo, per sentire “la vertigine di innalzarsi fino a un mondo dove è possibile trascurare la realtà e dimenticare se stessi”. In Italia il gioco d’azzardo è ormai un fenomeno di vaste proporzioni eppure ancora poco raccontato. In una società di rapide trasformazioni, di diffuso benessere, di crescente bisogno di trasgressione e libertà, l’azzardo diventa un diversivo molto accattivante e addirittura un “bene di consumo promosso e pubblicizzato come occasione di incontro e di scambio”, con regole semplici e promesse di vincite facili e sempre più elevate. Ma non è proprio così. E Silvana Mazzocchi ci fa capire, tra le righe, che andrebbe ridefinita una cultura della prevenzione, che dovrebbero essere prese misure urgenti per arginare e contenere il fenomeno – ridurre l’offerta di gioco, limitare la pubblicità, informare il pubblico sui pericoli della dipendenza. Ma allo stesso tempo l’autrice desidera riportare le testimonianze di vita raccolte a Campoformido, in un centro di terapia per giocatori e loro familiari: storie vive, realmente vissute, complesse, in cui il cammino della terapia di gruppo diviene un’occasione unica e irripetibile di cambiamento.
Leggendo queste pagine si va ben oltre il punto di partenza, e si arriva a capire che il gioco è solo uno dei tanti possibili modi per fuggire dalla noia di tutti i giorni, per ricercare sensazioni estreme, per sfidare persino la morte… si arriva a capire che in gioco bisogna mettere sempre e in ogni caso se stessi.
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