Oggi il reportage non ha molti spazi nei giornali. O meglio, hanno spazio solo quelli dalle zone di guerra e quelli da paesi lontani, supportati da immagini che hanno il fascino dell’esotico. “Frontiera Italia”, invece, è un libro di reportage su di noi, perché anche l’Italia, spesso, è un paese sconosciuto a noi stessi che l’abitiamo. E poi sono reportage approfonditi, che si arricchiscono di dati, che non si accontentano di descrivere ma cercano le cause, i motivi. In questo senso sono il frutto di un giornalismo serio, che nasce da un’idea alta del mestiere. Un’idea per cui il giornalismo è un metodo di indagine sulla realtà, uno strumento di conoscenza che proprio per questo carica chi lo esercita di una responsabilità maggiore. E per questo, anche, ha bisogno di un linguaggio all’altezza: capace, alla fin fine, di comunicare umanità. Sul piano del linguaggio gli autori, Stefano Galieni e Antonella Patete, hanno trovato il difficile tra il giusto distacco giornalistico e la “simpatia” – nel senso etimologico del termine – con le persone di cui parlano.
Il libro racconta cinque frontiere (Ventimiglia, Gorizia, Lecce, Trapani e Crotone), che i migranti attraversano per cercare risposta alle proprie speranze, ma soprattutto per affermare i propri diritti: a un lavoro, a una casa, a una vita in pace, a un futuro. Su queste frontiere gli autori hanno incontrato soprattutto delle persone: gli immigrati, ovviamente e prima di tutto, ma anche i volontari, gli operatori, i sacerdoti che hanno deciso di incrociare volontariamente i percorsi di chi entra in Italia. Sono questi i protagonisti del libro, che si serve anche delle fonti ufficiali per dare la dimensione dei problemi, ma soprattutto ci propone l’incontro con delle persone precise, con delle storie. Storie che ci ostiniamo a pensare come estranee a noi, cadute occasionalmente sul nostro territorio.