…“Acque, siete voi a darci la forza della vita”…
Vandana Shiva, premio Nobel alternativo per la pace 1993, concentra tutta la sua attenzione ne “Le guerre dell’acqua” su questo bene primario, fondamentale, diritto comune a tutti i popoli.
Ma non vuole essere un’esaltazione poetico-ideologica di una risorsa preziosa, simbolo del progresso dell’umanità, a fondamento di ogni democrazia. O non soltanto: il tema centrale ruota principalmente tutt’intorno al conflitto ‘paradigmatico’, ‘tradizionale’ che il problema acqua scatenerà a livello mondiale.
La “guerra dell’acqua” diventa guerra fra culture diverse, fra chi considera l’acqua come qualcosa di sacro e chi invece la vive come possesso-commercio, guerre in corso in ogni società, che sia occidentale, o orientale, che sia Nord o Sud. Ma il confine tra conflitto ideologico e conflitto armato è sempre sottile, labile e allora si combatte sul terreno della politica e del potere cercando di camuffare i reali interessi dell’azione: nel Punjab è stato il mancato accordo sulla spartizione delle acque del fiume a provocare negli anni ottanta oltre quindicimila morti; eppure l’episodio è passato alla storia come caso di ‘separatismo sikh’.
Scontri che nascondono le reali intenzioni dei potenti, desiderosi di appropriarsi e garantirsi il dominio sulle scarse risorse idriche, scontri che vengono presentati come conflitti religiosi ed etnici: “non possiamo sopravvivere come specie se l’avidità è privilegiata e protetta e se l’economia degli avidi stabilisce le regole su come vivere e morire”.
