C’era una volta il “teatrino della politica”. Bene, adesso non c’è più. Oggi tutto è cambiato: sono bastati pochi anni perché l’immagine del mondo politico e dei suoi protagonisti venisse totalmente rivoluzionata, stravolta dalle esigenze imposte da televisione e spettacolo. Ed ecco che il “teatrino” diventa “teatrone”, un inverosimile carrozzone in cui i politici si improvvisano cantanti, o comici, o attori, e a loro volta gli attori diventano leader politici, i comici fanno campagna elettorale e quello dell’apparire a tutti i costi diventa l’imperativo unico e categorico di ogni uomo di potere che al potere voglia restare. Cambiano gli abiti e le abitudini, viene decretato il trionfo del make-up e dell’abbronzatura perenne, delle gigantografie ritoccate al computer; e se i nuovi politici parlano di palestre, di beauty-farm, di chirurgia estetica, ecco che le piazze si riempiono di maxischermi e girotondi guidati da gente di cinema e di televisione; e nel frattempo le convention, le architetture effimere e hollywoodiane dei nuovi congressi di partito si sono divorate la Vecchia politica, le sezioni, gli antichi rituali di un potere che pare lontano secoli nella sua sobrietà e che invece è appena dietro l’angolo. Così il popolo italiano è diventato, nelle parole del suo stesso presidente del Consiglio, il “pubblico italiano”.
E dall’immancabile barca a vela di D’Alema al jogging imposto da Berlusconi ai suoi sgomenti collaboratori, dai nudi balneari di Casini ai completi arlecchineschi del ciclista Prodi, tutto si fa spettacolo e spesso farsa. Filippo Ceccarelli, acuto osservatore del mondo politico e del costume di casa nostra, passa al setaccio episodi noti e meno noti della cronaca, mette in scena una sorte di straniante sfilata dei nuovi comportamenti del potere, e quasi finisce per arrendersi, perfino divertito, di fronte alla grottesca commistione tra politica e spettacolo. E il quadro che la sua scrittura lascia emergere con disincanto è quello di un’umanità paradossale, un repertorio di gaffe, di papere, di esibizioni ai limiti del clownesco, che l’autore irride con vena satirica, ma di cui insegna anche a diffidare.