Ovunque c’è petrolio, in forma di riserve certe o di semplice aspettativa, esso è causa di dispute e di militarizzazione. I conflitti crescono anche perché nel mondo aumentano i consumi e diminuiscono le riserve. Oggi come allora, “il petrolio c’entra, eccome. E nei dodici anni che separano il 1991 dal 2003 c’è entrato sempre più. Questi anni hanno accentuato e modificato le dinamiche legate alla sua circolazione. La domanda mondiale è passata da 66,8 milioni di barili al giorno del 1991 ai 75,9 del 2001. Gli Stati Uniti consumano di più e tendono a esaurire le riserve nazionali. Per contro, cresce la loro dipendenza dalle importazioni. Il settore britannico del Mare del Nord è prossimo all’esaurimento. La Gran Bretagna, secondo polo del capitalismo petrolifero, rischia di passare da paese produttore a paese consumatore. Dall’altra parte l’economia cinese avanza a ritmi straordinari e assume il ruolo di locomotiva mondiale. È dell’8% la crescita del prodotto interno lordo cinese nel 2002, a fronte del 2,4 statunitense. I trend di crescita di altri centri del Pacifico e dell’India, pure notevoli, propongono poi interrogativi inquietanti sulla futura disponibilità delle risorse di energia. La produzione di ricchezza infatti progredisce proporzionalmente ai consumi energetici e li trascina lungo la china del graduale esaurimento. Il petrolio tenderà a non essere sufficiente per tutti. Ed ecco che la competizione internazionale si intensifica nel Golfo Persico, nel Mar Caspio e nel Mare Cinese Meridionale, province petrolifere di varia grandezza”. Il libro conduce per mano in una rigorosa lettura della geopolitica dell’oro nero: dal Medio Oriente al Caspio e all’Asia. Ma il petrolio non è solo estrazione: strategico è anche il controllo degli oleodotti e dei corridoi petroliferi, o dei 6 punti nevralgici dove passa il 40% della produzione mondiale.
