In Italia vivono oggi quasi un milione di persone di religione musulmana. In realtà la loro fede è più presunta che reale. Ma le cifre tonde piacciono, e inevitabilmente prendono piede. Per l’Italia, come per gli altri Paesi d’Europa in cui questo è accaduto, si tratta di una svolta storica: l’islam è la seconda religione del Paese. E del continente. Dopo quattordici secoli di storia, di profonde influenze reciproche ma anche di sanguinosi conflitti, accade “l’inaudito” o almeno l’impensabile… Un’identità culturale, una religione, sempre percepita come totalmente altra, lontana, nemica, vive oggi, letteralmente con-vive, sul medesimo territorio del suo antico nemico. Oggi non possiamo più parlare di islam e Occidente. Oggi l’islam è in Occidente. E sta nascendo un islam ormai già d’Occidente, già frutto di questo nuovo innesto. Le conseguenze di questa situazione possono avere diverse forme: e possono lasciar intravedere un segno di speranza, ma anche indurre una sottile inquietudine. Ed è quest’ultima a dare maggiori segni di visibilità. La speranza la coltivano in molti, ed è quella di un tassello in più nella costruzione di quei legami indispensabili per una pace stabile e duratura; la speranza, magari, di un più giusto nuovo ordine mondiale, o addirittura di un nuovo e fecondo dialogo tra le grandi religioni. L’inquietudine, quando non la paura, serpeggia invece negli angoli bui della nostra coscienza e delle nostre città. Fa capolino sulle pagine dei giornali, nel discorso colto e pseudocolto che di quello giornalistico è la legittimazione. Ma la si ritrova anche nelle periferie attizzate dall’odio razzista che spesso è solo il limite estremo cui giunge la paura del nuovo, del diverso, del non conosciuto: “Paura, madre di tutti i razzismi”.
