Questo testo descrive un’esperienza terapeutica nata in un contesto detentivo, ma applicabile in ambiti più vasti di intervento sociale. Grazie alla relazione d’aiuto presso la comunità femminile per tossicodipendenti del carcere “Le Vallette” di Torino, l’autrice ha sperimentato come anche nella più triste e disperata quotidianità ci sia la possibilità di recuperare quelle risorse risanatrici, tipiche dei riti di iniziazione, che sono necessarie per superare le fasi più dolorose della vita di ognuno. Dedicarsi a se stessi e agli altri, in un ambiente di confine e marginalità come quello di una piccola comunità all’interno di un carcere, suscita l’azione salutare degli archetipi, fattori di sviluppo individuativi a livello personale e collettivo; la particolarità dell’ambiente inoltre favorisce l’emergere del simbolismo iniziatici nei sogni e nelle fantasie e ha un effetto trasformativi sulle coscienze dei soggetti. Partendo dai fondamenti teorici della psicologia analitica junghiana, il testo si sofferma su alcune tecniche di cura (psicodramma, fiaba e gruppi informali sul qui ed ora e gruppi di libera condivisione), rivolgendosi a quanti, impegnati in una professione d’aiuto, vogliono riscoprire il valore sacrale della relazione, interna ed esterna, individuale e sociale.
