Nel libro, pensato e strutturato dai due autori-giornalisti, come grande raccolta di interviste e di testimonianza inedite e esclusive, viene sviscerata una tematica cara a molti italiani per la vicinanza culturale e geografica con la Bosnia Herzegovina, ma spesso sottaciuta dai mezzi di comunicazione di massa a causa della complessità dell’argomento: le conseguenze del dopo-guerra, oltre che della guerra stessa, per un Paese a circa un’ora e mezzo d’aereo dall’Italia.
A dieci anni dalla fine delle ostilità, il sistema politico-istituzionale e la Costituzione bosniaci sono quelli imposti dagli accordi di Dayton, firmati anche da coloro che hanno programmato e attuato la distruzione del Paese e il genocidio di centinaia di migliaia di persone; il sistema scolastico è spaccato in tre; la disoccupazione ha raggiunto livelli impensabili; la religione tende a tingersi dei colori dei partiti politici, nel nome della divisione e della strumentalizzazione; i cervelli migliori sono fuggiti o lo stanno facendo. Ma è, al contempo, uno Stato in cui un’economia che non decolla, priva di infrastrutture e di capitali, sta ricevendo importanti contributi in termini di investimenti, progettualità, cooperazione a vari livelli proprio da parte di questa Italia che, in realtà, non è forse mai stata più vicina di oggi alla Bosnia.
Il libro è nato come un viaggio che ha portato gli autori fin dentro le ferite della guerra e della pace in Bosnia. Questo Paese, come spiega nella prefazione lo scrittore Erri De Luca, è “terra di rimorso d’Europa, pratica archiviata con intervento militare Usa, accordi firmati in Usa, come se fosse terra d’oltreoceano. Ci accompagna in visita – continua De Luca – un libro di domande seminate, dalle quali fioriscono risposte. Molti di noi viandanti di guerra a vario titolo, personale o collettivo, non hanno potuto levarsela di testa, nostra sorella Bosnia”.
