Ci sono zone del mondo, come la Cecenia, in cui nemmeno il dolore atroce e la crudeltà più efferata – di solito ingredienti ricercati nel giornalismo – riescono ad attivare l’attenzione dei media con sufficiente continuità. Il primo merito di “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” è allora di lasciare aperta la possibilità di documentarsi sul dramma di questa regione caucasica, anche dopo la morte di Anna Politkovskaja.
Le parole chiave del libro sono “normalizzazione” e “Olenin”. La normalizzazione che Putin è riuscito a ottenere dopo le “due guerre cecene” è un concetto ormai accettato dall’occidente, che però sembra non voler vedere come esso significhi aver stabilizzato nella piccola regione solo una quotidianità plumbea di violenza, di paura e di corruzione, senza che si intraveda per i 600 mila cittadini rimasti (altrettanti si stima siano profughi) alcuna speranza di “normalità”.
La “sindrome di Olenin” (dal personaggio de I Cosacchi di Tolstoj) è invece l’immagine usata dalla Sforza per spiegare l’atavico un po’ perverso rapporto della Russia con la regione caucasica. Una zona vista come selvaggia e primitiva, quasi pre-civile, che completa la Russia sia dal punto di vista del paesaggio (le colline e il clima del Caucaso fanno sì che essa non sia solo una grande e fredda pianura), che della varietà dei caratteri e delle fisionomie (i Russi bianchi e biondi, i caucasici più scuri). Un’entità di cui la Russia sembra aver bisogno solo per poterla rifiutare, come una zona d’ombra che fa parte di essa ma che deve, appunto, essere lasciata in ombra. Un’interpretazione sconcertante eppure plausibile, che se lascia poche speranze per il futuro, tuttavia non sgrava l’occidente dal dovere di non dimenticare. E di denunciare con tutti i mezzi possibili la crudeltà dello schiacciamento di Grozny e dintorni imposto dal nuovo zar al potere a Mosca.