L’autore, Davide Cervellin, si ispira a sé stesso per tracciare la storia del protagonista: Paolo, imprenditore cieco e paraplegico in seguito ad un incidente, si muove nel mondo sbirciando nelle storie di altre persone disabili.
Ogni volta che Paolo torna da un viaggio, accanto all’entusiasmo per le tante cose conosciute, viene colto a tratti da un velo di malinconia nel dover constatare e consolidare ogni volta di più l’idea della ciclicità delle cose. Antichi luoghi sono lì come un termometro dei diversi cicli della storia: paesi oggi sviluppati solo cent’anni fa erano regno incontrastato della natura. La storia è il susseguirsi di accadimenti che per molti tratti son sempre nuovi e che poi si ripetono in un ciclo perenne e imperituro; l’uomo si vede cioè, nonostante le sue conquiste, spostare sempre più in là i suoi traguardi, si vede afflitto pur sempre da nuovi bisogni, si trova a vivere in un mondo sempre più accelerato dove, alla minima sosta, si rischia di rimanere irrimediabilmente attardati e di perdersi. Paolo si compiace di questo suo interrogarsi, di questa sua ansia di riflettere, di questo suo grande desiderio di avere ancora voglia di rimettersi in viaggio, di riprendere il cammino per conoscere ancora qualche altro tassello della storia e arricchire così la sua esperienza di vita.
Attraverso il racconto della vita di Paolo, Davide Cervellin offre l’occasione per riflettere sul senso autentico dell’esistere in un’epoca in cui tutto è in “confusione”: serve invece “dialogare, capire, accettare e dare valore alle diversità, diversità di pensare, di agire, diversità di concepire l’etica, la morale, accettare che ci siano più etiche, più morali, comprendere che il relativo è più giusto dell’assoluto”. Troppo spesso si è smarriti, quasi non si vuol credere che in realtà si è diversi da quello che la maschera indossata fa apparire.