Al termine del secondo conflitto mondiale, oltre cinquantamila italiani ex soldati, reduci dai lager nazisti, partigiani, deportati dalle zone dell’Istria e della Venezia Giulia furono internati da Tito. A determinare tale decisione contribuirono diverse concause: il ricordo della passata occupazione fascista, la mancata consegna dei presunti criminali di guerra italiani e dei numerosi fuoriusciti anti Tito ospitati all’epoca nei “campi profughi” aperti nel nostro Paese e, più in generale, la disputa sul confine. Per alcune migliaia di loro la prigionia si protrasse per diversi mesi nel dopoguerra. Internati negli oltre cinquanta campi sparsi sul territorio della nuova Jugoslavia comunista, inquadrati in “battaglioni di lavoratori” utilizzati nelle opere di ricostruzione, a centinaia morirono di stenti o, accusati di collaborazionismo con i nazifascisti, furono fucilati e gettati nelle foibe.
La vicenda di questi prigionieri è stata poco studiata, anche perché, per motivi di opportunità politica, gran parte dei documenti sono stati “secretati” dallo Stato italiano fino al 1997, mentre nella Repubblica jugoslava la loro memoria è stata completamente cancellata.
Questo libro, oltre a ricostruire la storia e il funzionamento dei luoghi di internamento titini e le memorie dei prigionieri, basandosi sulla documentazione, in parte inedita, conservata negli archivi italiani, mette in luce le responsabilità e gli interessi strategici che portarono a una così lunga e dura detenzione e che ne hanno favorito l’oblio.
