“Dire giovani è dire futuro, occorre dare loro opportunità perché miglioreranno il mondo”. Gli analisti delle scienze sociali, e del mondo giovanile in particolare, si aggirano con le loro analisi intorno a queste due polarità contrapposte. A volte prevale l’approccio ottimistico, a volte l’approccio pessimistico: tutto sta a capire quali sono i punti di partenza degli analisti, oppure a chi serve la ricerca.
È vero, i giovani “appaiono” in un certo modo a chi li osserva. Essi hanno capito quali sono gli stereotipi che la società e la cultura di questo tempo ha rispetto al mondo giovanile, e non se ne preoccupano. Come spregiudicati e divertiti navigatori, assumono atteggiamenti “mutati” che confermano gli adulti nelle loro idee. Figli della “società liquida” che è guidata dall’individualismo, sono impastati di libertà che assume spesso tratti trasgressivi, di paure e crisi di speranza (colpa anche della “flessibilità” portata alle stelle, nel lavoro come nelle relazioni), di difficoltà di concepire il proprio futuro. Ma non reagiscono con la sfida. Non vanno in conflitto con nessuno. Né con i loro genitori, né contro la società con la rabbia sociale. La loro legge è: vivere il presente, gustandolo in pieno, in tutte le sue potenzialità, anche quelle “oltre” il limite; rimandare al futuro le cose serie (una famiglia, un impegno definitivo, il lavoro), quelle più importanti.
Che cosa hanno a che fare questi ragazzi con la cosiddetta cultura della responsabilità sociale, con la gratuità, con il “dono”? E come possono entrare in relazione con realtà come il volontariato, la solidarietà, l’ I care? Collegate a questa riflessione due altre domande: ma il volontariato avrà futuro? Se il mondo giovanile sembra, nella sua maggioranza, schiacciato nel presente e succube della cultura utilitaristica si può immaginare che potrà esserci domani un ricambio associativo, che a volte “fanno supplenza” o “anticipazione dei bisogni sociali e culturali”?