“Senza conservanti”, la rubrica di Vinicio Albanesi. N.140 – L’ESTETICA
Due età di confine, due solitudini diverse. A tredici anni si chiede di essere visti, a diciassette di essere creduti. In mezzo, spesso, ci sono adulti che hanno smesso di ascoltare. Una riflessione su ciò che i ragazzi ci stanno dicendo, anche quando tacciono.

Sono trascorsi pochi giorni dalla scomparsa di grandi personaggi che hanno fatto della moda e dell’estetica la loro fama e fortuna. Da sempre molti imprenditori sono stati “beatificati” perché hanno creato marchi conosciuti in tutto il mondo. Hanno costruito grandi aziende inseguendo la “bellezza”, l’arte, la comunicazione, il celebre made in Italy. La preoccupazione maggiore è per i loro successori parenti e collaboratori, se capaci di tenere alte le prestazioni raggiunte.
I mezzi di comunicazione hanno informato sulla loro vita privata, sui testamenti, sugli inizi e gli sviluppi delle loro aziende, guardando con preoccupazione il futuro. A ben riflettere i loro prodotti erano diretti a persone ricche, con costi della merce da capogiro, che nessuna famiglia con reddito medio poteva mai permettersi.
L’alta moda è un settore produttivo precario. Alla prima vera crisi economica – come è già avvenuto con il covid – sono settori che celermente subiscono crisi. Resistono perché chi è abbastanza ricco non ha bisogno di risparmiare, incidendo marginalmente alla propria ricchezza. La stortura si riverbera nello sviluppo generale della produttività dell’intero paese. Si insiste esageratamente sul manifatturiero estetico, sul turismo, sui viaggi, sul tempo libero, su forme che sono efficaci quando l’economia della nazione viaggia senza scossoni.
Con la globalizzazione occorrerebbe rafforzare altri comparti produttivi, capaci di essere indispensabili anche in momenti di crisi. Purtroppo il nostro paese sembra non avere la forza di un progetto a medio e lungo termine, privilegiando quanto è stato raggiunto, aprendo in settori (meccanica, sanità, energie rinnovabili, crisi idrauliche) che permetterebbero più solidità nel tempo.
E’ una riflessione da fare: non soltanto da parte di singoli imprenditori, ma anche dallo Stato e dalla coscienza civile. La cultura prevalente potrebbe avere la capacità di indicare ambiti di sviluppo utili alla convivenza degna di un popolo benestante. Non si tratta di tornare al clima “penitenziale di epoche passate, ma un vino privilegiato, un formaggio maturato, un paio di scarpe speciali, una borsa unica sicuramente perdono valore a fronte di scarsità di risorse.

