Non è un Paese per anziani…(con disabilità) – Articolo tratto da Lettera da CAPODARCO N.0/Rubrica L’Assurdo

di Sonia Postacchini -In Italia, la disabilità è spesso trattata più come una condizione immutabile che come una realtà in evoluzione. Una domanda urgente si impone: perché le persone con disabilità, spesso giovani o adulte, vengono inserite in percorsi pensati per gli anziani, privandole di […]

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non è un paese per anziani…(con disabilità) – articolo tratto da lettera da capodarco n.0/rubrica l’assurdo

di Sonia Postacchini

-In Italia, la disabilità è spesso trattata più come una condizione immutabile che come una realtà in evoluzione. Una domanda urgente si impone: perché le persone con disabilità, spesso giovani o adulte, vengono inserite in percorsi pensati per gli anziani, privandole di un progetto riabilitativo continuativo?

Il sistema sanitario, pur riconoscendo il diritto alla riabilitazione (DPCM 12 gennaio 2017, nuovi LEA), tende a riservare percorsi strutturati solo alla fase post-acuta. Se non è previsto un “recupero completo”, la persona viene spesso esclusa dal circuito riabilitativo. In molti casi, il destino è la presa in carico da parte di strutture per anziani non autosufficienti. Anche la cosiddetta riabilitazione estensiva, che dovrebbe accompagnare nel tempo la persona, ha limiti rigidi: 60-90-120 giorni, o un numero di sedute annuo, oltre i quali il percorso viene interrotto se non si dimostra un miglioramento evidente. Questo approccio legato alla “performance clinica” rischia di abbandonare chi avrebbe più bisogno di continuità.

La storia di PAOLO (nome di fantasia) lo dimostra
 A 52 anni, dopo un incidente che lo ha reso paraplegico, ha ricevuto qualche mese di riabilitazione intensiva, poi quasi il nulla. “Mi hanno detto che non ero più riabilitabile – racconta – ma io non sono finito. Voglio lavorare, o studiare. E invece mi propongono una RSA. Ma io non sono vecchio, sono solo paralizzato”. 

Ancora più emblematici sono i casi che riguardano le persone con malattie neurodegenerative che risiedono in comunità per disabili. Al compimento del 65° anno di età, in molte Regioni, sono costretti a lasciare queste strutture, che per normativa accolgono solo “persone con disabilità in età evolutiva o adulta”. Senza una reale valutazione dei bisogni individuali, vengono trasferite in RSA, pensate per anziani non autosufficienti. È un passaggio traumatico, che cancella il progetto educativo e relazionale costruito negli anni, sostituendolo con un modello puramente assistenziale. Eppure la Convenzione ONU (Legge 18/2009) e la Legge 112/2016 (“Dopo di noi”) parlano chiaro: continuità, vita indipendente, diritti.

Serve un diverso modello di vita. La disabilità non è statica e non coincide con l’età. È necessario costruire percorsi riabilitativi di lungo termine, flessibili, personalizzati, che accompagnino la persona anche oltre i limiti amministrativi.

Le persone con disabilità non sono “anziani anticipati”. Sono cittadini con diritto a un progetto di vita. Riconoscere loro una riabilitazione piena – non solo fisica, ma sociale – è una questione di equità. E soprattutto, di civiltà.

 

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