Dipendenze, ecco il metodo che aiuta il cervello ad auto guarirsi

Il trauma psicologico è una “ferita dell’anima”, qualcosa che spezza il modo di vivere e percepire il mondo e di questo evento si continua a soffrire anche a distanza di moltissimo tempo, provando le stesse sensazioni di ansia, angoscia e pericolo attraverso i ricordi che […]

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dipendenze, ecco il metodo che aiuta il cervello ad auto guarirsi

Il trauma psicologico è una “ferita dell’anima”, qualcosa che spezza il modo di vivere e percepire il mondo e di questo evento si continua a soffrire anche a distanza di moltissimo tempo, provando le stesse sensazioni di ansia, angoscia e pericolo attraverso i ricordi che restano “immagazzinati nel cervello”. E’ proprio sui ricordi che s’innesta il lavoro dell’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), metodo psicoterapico che agisce per “ripararli” e “desensibilizzarli”, aiutando la persona a rielaborare il trauma e depotenziarne gli effetti negativi. Lo ha illustrato questa mattina Isabel Fernandez, presidente EMDR Italia e EMDR Europe, intervenendo al seminario di formazione – aperto ad operatori e psicoterapeuti  – promosso dalla Comunità di Capodarco di Fermo e dalla Comunità terapeutica Arcobaleno, che sta sperimentando il metodo, per mettere a confronto le esperienze terapeutiche. La sperimentazione coinvolge 10 persone con diagnosi di dipendenza che hanno affrontato sedute individuali per un periodo di 6-7 mesi.

Il metodo complesso (che prevede 8 fasi) utilizza i movimenti oculari, paragonabili a quelli che si verificano spontaneamente durante il sonno Rem, ha spiegato Fernandez, perstimolare il sistema naturale di guarigione del cervello, cioè aiutandolo a “completare quello che non era riuscito a fare da solo”. “Nel nostro  cervello – ha detto –  esiste  un meccanismo  innato  capace  di elaborare le esperienze negative, stressanti o traumatiche. In alcuni casi questo meccanismo si blocca e il ruolo dell’EMDR è di fornire uno stimolo affinché nel cervello si possa riattivare questo naturale processo di guarigione.  L’obiettivo è la riorganizzazione del ricordo nella memoria in modo che venga immagazzinato in modo da non causare più disturbo o sofferenza”.

La psicoterapeuta ha ricordato che evidenze scientifiche mostrano come  tra il 22% e il 43% delle persone con Disturbo da stress post-traumatico  fanno abuso di sostanze, nei reduci di guerra la percentuale sale fino al 75%. Inoltre esperienze infantili sfavorevoli (abusi, trascuratezza materiale e psicologica, familiari con problemi psichiatrici, depressioni  o tendenze suicide, per citarne alcuni) sono associate al 44% delle psicopatologie durante lo sviluppo e il 30% negli adulti e sono le cause più frequenti di disturbi psicologici a tutte le età. Traumi infantili che possono non avere sintomi nei primi anni, ma che esplodono con il passare degli anni.

Il metodo ha avuto esiti positivi anche in un approccio integrato alla tossicodipendenza, andando a curare i traumi che sono legati all’abuso o che lo hanno generato. Il seminario è stata dunque l’occasione per commentare i risultati della sperimentazione che coinvolge la comunità fermana. “Ho visto l’effetto di Emdr – ha commentato Riccardo Sollini, responsabile dell’Associazione Arcobaleno – abbiamo visto una trasformazione enorme dal punto di vista della consapevolezza.  Credo che dobbiamo staccarci dal lavoro sulle sostanze per andare a lavorare sulla dimensione della persona:  acquisire la consapevolezza di quello che succede dentro,  capacità di analisi, aiuta a capire cosa succede fuori. Non si può prescindere dalla scoperta del mondo intorno”.

Dal presidente della Comunità di Capodarco don Vinicio Albanesi una richiesta alla platea di esperti. “Recentemente sempre più famiglie si stanno rivolgendo a noi per minori che non hanno disturbi psichiatrici né sono dipendenti, sono ‘irrequieti’ ci dicono. Vivono un disagio a cui le famiglie non riescono a dare una risposta. Non esistono strutture che possono accompagnare questi ragazzi che rischiano la ‘carriera psichiatrica’, il ricorso alle dipendenze o vivono una situazione che io definisco di ‘pancia molle’, cioè arrivano a una certa età e non sono nulla, non riescono a reggere un lavoro e hanno difficoltà nelle relazioni sociali e affettive. Sono ragazzi iperprotetti fino all’adolescenza, poi scatta l’abbandono, il distacco dai genitori e questi ragazzi cominciano a manifestare quell’irrequietezza di cui le famiglie non riescono subito a cogliere i segnali. Vi chiedo di inventare un luogo, una struttura per loro, che funzioni per loro, un progetto nuovo, comprensibile alle autorità”.

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