Il cristianesimo e la deriva animista, don Albanesi: “Non siamo più liberi di niente”

CAPODARCO DI FERMO – Il cristianesimo che diventa sempre più religione “animista”, finendo in una deriva che ha come orizzonte il vuoto dei valori fondanti, nella cornice di una società che si crede libera ma è invece prigioniera. E’ la tesi sviluppata da don Vinicio […]

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il cristianesimo e la deriva animista, don albanesi: “non siamo più liberi di niente”
Luigi Accattoli

Luigi Accattoli

CAPODARCO DI FERMO – Il cristianesimo che diventa sempre più religione “animista”, finendo in una deriva che ha come orizzonte il vuoto dei valori fondanti, nella cornice di una società che si crede libera ma è invece prigioniera. E’ la tesi sviluppata da don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, in apertura del ventiduesimo seminario di formazione per giornalisti “Frontiere” (27-29 novembre) presso la Comunità nelle Marche, intervistato dal vaticanista Luigi Accattoli.

La riflessione di don Vinicio è partita da una considerazione nata dopo un viaggio in Ecuador, a contatto con la spiritualità della popolazione locale, poi approfondita fino al suo estremo corollario: “Siamo un paese cattolico, ma sempre più abbiamo una religiosità che ciascuno compone a modo suo. Come? Con la memoria dei riti a cui ha assistito, dei sacramenti ricevuti,  ognuno fabbrica la sua religiosità”. Qualche esempio? “Matrimoni omosessuali? Qualcuno dice sì, qualcun altro dice no. Islam? Qualcuno dice sì, altri dicono no. E così via all’infinito, prendendo come riferimento la propria emotività, e non la razionalità, con conseguenze devastanti. E’ come dire: non accetto nulla da nessuno, dall’esterno, dall’autorità, ma ascolto solo il mio sentire. Questa è una religiosità adattativa: le bugie si possono dire? Si risponde così: a volte sì, a volte no. Ma chi è che stabilisce quando è sì e quando è no? E’ l’anima del singolo, che prende come riferimento solo se stesso”.

Questa è una religiosità che ha in sé anche una componente di sincretismo: “Si dice: credo nello scientismo ma anche agli angeli, oppure sono vegano, o sono buddista. In altre parole si tratta di un groviglio che, comunicato ai figli, crea un cortocircuito il cui risultato è un vuoto pneumatico”. Qui si apre la questione educativa: “Parlate con gli adolescenti e vedrete che i genitori sono in difficoltà, non sanno dove mettere i paletti, perché i paletti si spostano in continuazione e questo vale per la famiglia, per la vita personale, per la politica, per la cultura. In tutto questo rimane un po’ di umanesimo? No, a mio parere”, è la risposta del presidente della Comunità di Capodarco. “Se gli adolescenti sono disorientati e privi di valori di riferimento, io chiedo ai loro genitori: perché avete messo loro in mano da piccolissimi strumenti tecnologici, perché non avete perso tempo con loro a giocare, a crescerli?”.

“Questa è una deriva, perché l’emotività non ha più freno. Ma al contrario, il comportamento umano e sociale necessita di un qualche regolamento. Non dimentichiamo che questo è l’anno della Misericordia”.

Così don Albanesi utilizza questa teoria per leggere anche la percezione del messaggio di papa Francesco da parte dei cristiani e dei media: “Ognuno prende ciò che vuole del suo pensiero, sulla povertà, sulla famiglia, ma l’orizzonte è sempre più vuoto di riferimenti. Il papa legge i problemi delle persone: lui dice che l’unico elemento del cristianesimo è l’amore di Dio e del prossimo, ma se ci dice che il creato va equilibrato dice una cosa ovvia, non straordinaria, ma sa che il termine finale del processo non è la salvezza del pianeta ma è qualcosa di più grande: ecco, questo pezzo di messaggio viene tagliato e resta l’umanesimo più evoluto”. In altre parole, ha chiosato Accattoli, “non viene percepita la dimensione mistica del messaggio del papa”.

C’è poi la questione dell’islam e della possibilità che esista o non esista un islam moderato: “Che cosa opponiamo noi ai giovani kamikaze che danno la vita facendosi esplodere? Siamo capaci solo di rispondere che la nostra è la civiltà della libertà: che siamo liberi di prendere un caffè, guardare le donne, sentire la musica?”. “La ragazza che è morta a Parigi, Valeria…ne hanno fatto una santa laica, stava alla Sorbona, come tanti suoi coetanei, s’è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. E’ una storia che assomiglia molto a quelle agiografiche dei santi fatti da bambini. Se prendi solo alcuni elementi e li esalti, fai una vittima, fai un mostro e fai una santa. Insomma, l’animismo puro, che non è in rapporto al cristianesimo, è solo un miscuglio di sensi e emotività, di cui nessuno controlla la sintesi e non si sa dove va a finire”.

L’islam riuscirà a fare una proposta invece di combattere i nemici? “La differenza è nella tolleranza e nella proposta. Il cristianesimo ha questa tolleranza che gli ha permesso di diffondersi in altre culture, noi abbiamo rifiutato il cristianesimo conquistatore. Il cristianesimo è una proposta: Cristo dice ‘seguimi’ e ha dato la sua vita per la carità”.

Una tesi condivisa da Luigi Accattoli, che ha però invitato don Albanesi a svolgerla ancora più a fondo trovando una parte costruttiva, una sorta di “terapia” per questa deriva che è effettivamente presente nel cristianesimo. Questa la “provocazione” di Accattoli: “Non parli mai di carità”. La risposta di don Albanesi: “Non ne parlo perché noi la carità non la facciamo. Mi chiamano prete di strada ma non lo sono. Abbiamo semplicemente un  umanesimo evoluto: dar da mangiare agli affamati? Lo diamo anche ai cani. E’ tornato di moda anche seppellire i morti. Quando penso alla carità mi vengono in mente i monaci sgozzati in Algeria o le suore morte di Ebola: loro  sapevano che sarebbero morti e ci sono rimasti, perché quella era la loro missione e loro non l’hanno abbandonata. Loro hanno espresso la carità e hanno dato la vita. Io non faccio carità perché mi riservo qualcosa che non cedo. Parlo di carità e mi sento in colpa, perché ho troppe riserve che mi sono lasciato”.

Così don Albanesi ha completato la sua riflessione: “Ho parlato di vuoto come conseguenza, ma la premessa è che siamo prigionieri, non siamo più liberi di niente, nella globalizzazione siamo oppressi, dalla nascita alla morte tempestati non dalle idee altrui, ma dagli interessi. Lo vediamo nell’ attenzione per il neonato, che è di tipo commerciale, come è commerciale la sua educazione, la sua adolescenza, l’età adulta, il matrimonio. Fino all’eutanasia che segue questa logica: ho il diritto di morire come decido io. Perché si è talmente concentrati in se stessi, da fregarsene di figli, moglie e di chi si è preso cura fino alla morte”. E ancora: “Si rivendica il diritto a non fare figli, a farne 14, a comprare il seme e l’utero, come un padrone che ha denaro e trova una donna che fa un figlio per te per 3 mila euro”. In questa prospettiva uscire è liberarsi dalla prigionia di una raffinatezza che suscita desideri che non ci bastano mai”.

La conclusione del dibattito, affidata ad Accattoli, ha messo in evidenza che il messaggio del papa è tutto concentrato sulla misericordia e la carità. Per costruire una ‘terapia’, la categoria di animismo non ci basta più, ma abbiamo bisogno di ancorarci alla pedagogia della missione del papa: l’uscita per il papa significa che la istituzione chiesa deve superare il suo linguaggio, le sue  strutture, per incontrare l’umanità di oggi, e i giovani che credono nel cristianesimo, ma anche si interessano di new age e buddismo. Tutta quella roba la separa, invece la chiesa deve portare il messaggio cristiano all’umanità contemporanea. La chiesa vuole uscire dal modello europeo e andare verso la chiesa missionaria: una  presenza più leggera, meno solenne, meno colta, più funzionale ma vicina all’ umanità nel quotidiano che è preda di devianze e appiattimenti”. (ab)

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