Ricominciare a vivere dopo il “percorso terapeutico”

A 5 anni da quando è cambiata la gestione dell’associazione Arcobaleno ci siamo fermati per tirare le somme e per interrogarci sugli effetti delle scelte terapeutiche e di impostazione comunitaria. Siamo al sesto ciclo di giovani entrati in comunità, per un totale di 35 accolti; abbiamo […]

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ricominciare a vivere dopo il “percorso terapeutico”

A 5 anni da quando è cambiata la gestione dell’associazione Arcobaleno ci siamo fermati per tirare le somme e per interrogarci sugli effetti delle scelte terapeutiche e di impostazione comunitaria. Siamo al sesto ciclo di giovani entrati in comunità, per un totale di 35 accolti; abbiamo avuto degli abbandoni (12 ragazzi), alcuni sono stati allontanati dalla struttura (4 ragazzi), altri hanno iniziato una nuova vita alla fine del percorso terapeutico di 24 mesi (10 ragazzi).

Occhi nuovi per guardare il mondo

Gli abbandoni avvengono, nella maggioranza dei casi (circa l’80%), nei primi 3 mesi di permanenza e sono legati, quindi, a una scarsa motivazione, a un invio errato rispetto ai bisogni della persona, a una mancanza di capacità nostra di rispondere ai bisogni del ragazzo. I dimessi sono stati 11 in questi anni. Tutti arrivati con storie e compromissioni diverse da diverse parti d’Italia. Chi solo da alcune vie sotto la comunità, tanto che, dal punto più estremo del nostro giardino, riesce a vedere il tetto di casa sua, chi da lontane città del nord, come Milano.

Le porte della comunità rimangono sempre aperte per chi è uscito. Abbiamo visto l’importanza, per i ragazzi in comunità, di avere esempi e modelli con cui rapportarsi, di vedere che, effettivamente, è possibile riacquistare una dimensione di vita “normale” o, quanto meno, riuscire a trovare gli strumenti e la consapevolezza necessaria per scegliere cosa fare della propria vita.

Delle persone che hanno concluso il percorso, tutti hanno una propria vita con più o meno difficoltà, legate anche alla storia che ognuno di loro si portava dietro. Qualcuno ha deciso di rimanere in zona, perché il ritornare a casa lo avrebbe messo in un circuito di rapporti di difficile gestione, qualcun altro ha scelto di rientrare in famiglia, qualcuno è semplicemente tornato nella propria città di provenienza, riprendendo contatti e riscoprendo persone e amici persi negli anni neri della tossicodipendenza.

Non ci sono storie più belle di altre: quello che colpisce, in maniera forte, è il cambiamento nella visione dello stare al mondo, la consapevolezza di poter contare sulle proprie scelte, il bello del vivere nella legalità senza la paura costante di essere fermati e, soprattutto, quel senso di libertà che mai era stato vissuto prima.

Dal mondo delle dipendenze, non si esce solo con l’eliminazione delle sostanze: il non utilizzo non è che una piccola parte (per alcuni un traguardo enorme che, indubbiamente, migliora la qualità della vita). Uscirne completamente significa modificare i propri comportamenti, i propri stili di vita e avere nuovi occhi con cui guardare il mondo; significa anche, inevitabilmente, avere la consapevolezza di non poter mai abbassare la guardia, di doversi proteggere da situazioni, luoghi, persone e avere la capacità di leggere dentro se stessi per trovare gli strumenti adeguati per rispondere alle proprie pulsioni e difficoltà.

Alcuni ragazzi ospiti della Comunità l'Arcobaleno durante un'uscita a Treviso

Alcuni ragazzi ospiti della Comunità l’Arcobaleno durante un’uscita a Treviso

La tavola da snowboard rubata e poi ricomprata

Tornare a essere liberi significa sì chiudere con le sostanze ma significa anche avere la forza e le capacità di chiudere un mondo e una visione della vita e aprirne un altro tutto nuovo.

Un gesto simbolico che ci ha molto colpito riguarda un episodio vissuto con un ragazzo ora uscito dalla comunità: un giorno, chiacchierando, un’operatrice racconta che, dal balcone di casa, le avevano rubato la tavola da snowboard del marito. Il giovane coinvolto diventa rosso e dice: “credo di essere stato io a prenderla, tu abiti in questa zona?” Tutti si sono messi a ridere mentre il viso del ragazzo da viola passava a blu per poi tornare di nuovo viola. Di quella storia nessuno aveva più parlato se non tra le “storie di comunità”.

Quando il giovane in questione finisce il suo percorso, dopo qualche settimana chiama la comunità per informarsi su di una certa operatrice. Il giorno del turno si presenta in comunità con la tavola da snowboard, la stessa tavola rubata: era tornato dalla persona a cui l’aveva venduta e l’aveva ricomprata per ridarla all’operatrice.

E’ una storia piccola ma molto importante, una storia semplice che sottolinea come il cerchio alla fine si chiuda sempre. La vita è altro e, sicuramente, la tavola non è bastata, da sola, a spegnere il senso di colpa e la tristezza nel ripensare al tempo buttato, ma, sicuramente, è stato un gesto forte di ripresa di dignità, è stata la voglia di poter andare finalmente in giro a testa alta.

 Samantha Rapari – Riccardo Sollini
Associazione L’Arcobaleno

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Redazione Capodarco

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