“Parlare civile”, don Albanesi: “il problema non sono le parole ma i contesti”

Un libro di servizio per segnalare l’uso sbagliato di alcune parole e, quando possibile, suggerire delle possibili alternative, consapevoli che si tratta di un lavoro che sarà accolto con diffidenza, come intralcio al lavoro giornalistico”. Lo ha sottolineato Stefano Trasatti, direttore dell’agenzia Redattore Sociale, presentando […]

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“parlare civile”, don albanesi: “il problema non sono le parole ma i contesti”

Un libro di servizio per segnalare l’uso sbagliato di alcune parole e, quando possibile, suggerire delle possibili alternative, consapevoli che si tratta di un lavoro che sarà accolto con diffidenza, come intralcio al lavoro giornalistico”. Lo ha sottolineato Stefano Trasatti, direttore dell’agenzia Redattore Sociale, presentando il libro “Parlare civile”, durante l’omonimo seminario in corso di svolgimento oggi a Roma.
parlare civile“Penso che non si debba aver paura delle parole, che vanno usate bene e trattate bene, perché sono convenzioni che danno una forma alla realtà – continua Trasatti -, ma allo stesso tempo non bisogna essere integralisti ma consci dei limiti del linguaggio”.

Per Antonio D’alessandro, presidente di Parsec consortium, questo volume ha un’incubazione di almeno 30 anni, “il problema della poca attenzione alle tematiche sociali il nostro mondo se lo è posto più di 30 anni fa, e un’agenzia come Redattore Sociale nasce da queste esigenze e per rafforzare la possibilità comunicare in maniera corretta le nostre problematiche”.

Tra gli esperti che che hanno partecipato alla realizzazione del volume, come Comitato scientifico, anche il sociologo Enrico Pugliese che rispetto al volume ha parlato di un “lavoro eccellente”. “Personalmente ho paura dell’afasia e delle perifrasi ma credo sia necessario evitare l’uso delle parole che provocano dolore e sofferenza agli interessati”. A questo proposito Pugliese ha ricordato il caso dell’uso della parola “negro” in America: “A un certo punto i neri hanno deciso che non volevano più essere chiamati né nigros né colored. E si è camabiato l’uso del termine”. Analogo è il caso di “clandestino”, di cui si fa un uso distorto perché troppo estensivo: “Si può usare se ci si riferisce ai clandestini, che sono una porzione ridotta degli immigrati irregolari, che sono una porzione ridotta degli immigrati. Altrimenti si mente sui termini per imbrogliare o per pura ignoranza”.

Il direttore nazionale dell’Unar, Marco De Giorgi ha ricordato che le “parole sono muri o ponti: l’uso linguaggio per questo è fondamentale, attraverso i media si consumano casi di discriminazione”. In questo contesto il quadro giuridico per De Giorgi è ancora carente e molto è affidato all’iniziativa volontaria: “Servono leggi e una ferra volontà politica per combattere la discriminazione, ma noi siamo al lavoro perché le garanzie non restino solo sulla carta e perché la società sia sempre più preparata rispetto a questi temi, e questa è una grande responsabilità del giornalismo”.

Il presidente dell’Odg Enzo Iacopino ha sottolineando che “stiamo accumulando carte deontologiche su carte deontologiche, ma le parole non sono suoni – aggiunge -. Ho la forte paura che continuiamo a produrre parole nuove per poi sporcarle con i nostri comportamenti e sostituirle con un’affannosa ricerca di altre parole nuove che disorientano”.

Durante l’incontro Perla Moringi ha letto il monologo scritto da don Vinicio Albanesi “Il mio nome sul campanello” su un ragazzo con Hiv conclamato morto per overdose nei bagni della stazione Termini. “Se i giornalisti frequentassero di più questi mondi non avremmo le categorie ma le persone – sottolinea Albanesi -. Il problema non sono tanto le parole ma i contesti: chi scrive di sociale non può essere razzista. Per creare la notizia spesso si è portati a un’accentuazione vigliacca e stupida, ma usare le parole corrette non significa essere buonisti”.

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Redazione Capodarco

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