STORIE E VOLTI DI COMUNITÀ. Gina Tonucci, 54 anni di Capodarco: “L’opportunità di vivere una vita umana e sociale a 360 gradi”

Saltara (PU) pieno dopoguerra. È qui che Attilia dà alla luce Gina, una delle presenze storiche di Capodarco. Oltre 50 anni vissuti all’interno della sede storica in provincia di Fermo. Dipendente, volontaria, punto di riferimento per le persone accolte, è stata per oltre 20 anni […]

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storie e volti di comunitÀ. gina tonucci, 54 anni di capodarco: “l’opportunità di vivere una vita umana e sociale a 360 gradi”

Saltara (PU) pieno dopoguerra. È qui che Attilia dà alla luce Gina, una delle presenze storiche di Capodarco. Oltre 50 anni vissuti all’interno della sede storica in provincia di Fermo. Dipendente, volontaria, punto di riferimento per le persone accolte, è stata per oltre 20 anni vicedirettrice della Caritas di Fermo, per la quale ha anche seguito dal 2003 al 2014 i progetti di Servizio civile. La sua è una storia divisa in due momenti, prima di Capodarco e dopo Capodarco, collegati tra loro da una profonda maturazione interiore, continue riflessioni, battaglie personali e collettive, ripensamenti e grandi conferme.

GINA CI RACCONTI UN PO’ COME È ANDATA?
“Sono nata in una famiglia patriarcale, nonostante questo sono stata la prima donna in famiglia a frequentare la scuola superiore. Un privilegio che un po’ ho sofferto. Terminati i 5 anni di studio a Fano ho trovato subito lavoro come ragioniera in un mobilificio, ma già dentro di me maturava sempre più la decisione di cercare un altro modo di vivere così, dopo appena tre anni, mi sono licenziata. L’ho fatto da irresponsabile sognatrice. Sono rimasta per un periodo a casa, ma è stato pesante, anche se davo una mano in famiglia. Salvati ‘i sentimenti buoni’ la vita di paese cominciava ad essermi stretta e un giorno, quasi per caso, mi sono ritrovata tra le mani un opuscolo che parlava di volontariato nazionale e internazionale. L’invito era ad impegnarsi all’interno di alcune organizzazioni (Mani tese, Medici senza frontiere, Costruttori di pace…), tra queste Casa Papa Giovanni (così veniva chiamata all’inizio la Comunità di Capodarco). Casa Papa Giovanni come idealità ci poteva stare, poi era vicino casa ed io non mi volevo allontanare. La lettera con cui mi sono presentata più o meno diceva: ‘Sono ragioniera, però non mi piace fare questo lavoro solo per lo stipendio, lo vorrei fare in un ambiente in cui è utile anche socialmente, in modo che non ne benefici il proprietario di una azienda, ma ne beneficino le persone più fragili o indifese’”.

Gina appena arrivata in Comunità

E CON QUESTO BIGLIETTO DA VISITA NEL 1969 ENTRI A FAR PARTE DELLA COMUNITÀ DI CAPODARCO DI FERMO CHE ALLORA AVEVA APPENA TRE ANNI DI VITA
“Mi hanno assunta sin da subito perché servivano dei titoli per una Convenzione con il Ministero della Salute. È stato utile per me ed è stato utile per loro. Tutte coincidenze. A Capodarco agli inizi gli ideali corrispondevano al 100%, la prassi diciamo al 50. Si viveva diversamente la quotidianità in modo radicale e la vita non sempre era facile. I primi 15 anni avevamo la cassa comune, più che scelta era un obbligo per restarci a vivere. L’uguaglianza, oltre ad essere ricercata nella dignità, nei diritti di ciascuno, era livellata anche nei soldi. Questa regola mi stava un po’ stretta, mi sembrava esagerata. Pur di rimanere a Capodarco al posto dello stipendio della MetauroMobili mi sono ritrovata con 6mila lire, pari alla pensione dei disabili (dimezzata perché ricoverati). Non amavo la ricchezza, né da giovane né oggi, però un poco di amarezza dentro l’ho vissuta, ma in assoluto silenzio per paura di essere giudicata male. Mi sono chiesta nel profondo dell’anima, senza confrontarmi con nessuno: ‘Ma la decisione di condividere la vita 24/24 ore ha poco valore? Dov’è la vera giustizia? Ho concluso: ‘Pensieri sprecati. O ti adegui al volere dell’Assemblea e stai serena o vai via’. Eravamo i primi volontari e avevamo una vita complicata. Essere sani poi, a volte ti metteva quasi in difficoltà. La sensibilità che avevo nel voler contribuire a migliorare la vita, sia collettiva che individuale, mi ha aiutata a restare. Sentivo che sulla bilancia era più forte la spinta a costruire un mondo migliore rispetto alle piccole beghe di casa”.

I TUOI COME HANNO PRESO IL TRASFERIMENTO IN COMUNITÀ?
“In coscienza non mi sono mai chiesta quanto stavano male. Non ho avuto il coraggio di chiederlo e confrontarmi con loro. Non avrebbero capito il senso profondo che io davo al cambiamento di vita. Quello che è stato anche difficile è che qui c’era bisogno di tanta presenza, come oggi, quindi poche volte potevo andare a casa. I primi tempi ci andavo anche poco per non soffrire. Questo spiega il conflitto. L’avranno vissuta bene dopo 10 anni perché mi vedevano contenta. Io ho portato la residenza qui dopo cinque e loro hanno capito che non sarei tornata”.

Gina e Tonino Scognamiglio

C’È UNO SPACCATO CHE È QUELLO DELLA GINA COME PUNTO DI RIFERIMENTO, AD ESEMPIO PER TONINO (RAGAZZO CON LA SINDROME DI DOWN VISSUTO IN COMUNITÀ). RACCONTACI QUELLA GINA LÌ
“Quel sentimento, accogliente, fraterno, era più forte di quello professionale. Ha sempre prevalso il fare comunità al lavorare a Capodarco. Il lavoro l’ho fatto senza orario, quando avevo più tempo libero, anche di notte, mentre durante il giorno curavo le relazioni, gli affetti, i sentimenti, le necessità e le urgenze della vita collettiva. Questo fatto di non avere avuto una famiglia mia, mi faceva sentire famiglia le persone vicine, con la stessa intensità. Penso che sia così. Condividevo i disagi di chi protestava, di chi vedeva le ingiustizie. Non mi sono messa mai dalla parte del più forte ma dalla parte del giusto sì. Il carattere che ho maturato nella fase giovanile l’ho rafforzato e l’ho voluto portare dentro Capodarco, ci poteva essere il rischio della massificazione contro la quale metti difese interiori. Ho voluto sempre proteggere la mia identità , la mia idealità. Di momenti belli e di soddisfazioni ce ne sono stati, poi la crescita della Comunità si è vista. Potremmo essere stati dei paletti senza i quali non sarebbe andata avanti. Ho aiutato sempre con prudenza”.

COME SPIEGHERESTI LA COMUNITÀ?
“Io non concepisco la Comunità ad esempio senza viverci. Se fossi giovane oggi verrei a conoscere Capodarco perché le cose scritte non sono sufficienti per cogliere l’orientamento di uno stile di vita. Il ‘68 l’ho vissuto alla grande, oggi quel sentimento lì, quella disponibilità, quella sensibilità a cercare il bene collettivo prima di quello personale non la vedo. O perlomeno a metterli sullo stesso piano. È cambiata la società. Non mi sono pentita di nulla ma consiglierei ai giovani di fare propria l’idealità ovunque andranno a vivere e a lavorare. Non è solo sacrificio ma la conquista di una forza e libertà interiore che non ha prezzo. Non mi sono pentita perché sono andata per gradi nelle decisioni. Mi sono difesa, ho difeso la mia dignità. Qualche volta ho pianto. Però non importa, la vita è complessa ovunque. Oggi la gente deve vivere e deve lavorare seriamente per 36 ore ma c’è un vivere la Comunità che va fuori dal lavoro, perché se inserita nella lavoro è dovuto. Tu devi fare il lavoro dignitosamente, rispettando le persone, mantenendo buoni rapporti con tutti, ma questo è normale. Il modello di condivisione è da reinventare continuamente. La scelta delle accoglienze a Capodarco non è un lavoro burocratico. Si valuta quanto la persona è convinta che questo luogo le farà bene, perché non è un pacco postale che sposti da un ospedale all’altro. Oltre ad essere un servizio in convenzione con l’AST, la nostra è una proposta di condivisione, di crescita reciproca. E’ vero, oggi si è affievolito il confronto alla pari ma è fondamentale la reciprocità. Il pensiero di più persone porta la verità. Dobbiamo trovare il modo, insieme, di valorizzare anche una parte del proprio tempo libero per realizzare il bene comune. Ci farà sicuramente bene. Un tempo si chiamava Cittadinanza attiva, sempre più urgente oggi”.

SEI SODDISFATTA DI TE?
“Venire a Capodarco è stata una grande scommessa. Idealmente l’ho vinta ma mi ha chiesto tanti sacrifici. L’appunto che faccio a Capodarco è che a differenza delle istituzioni religiose, noi non abbiamo la certezza futura di vivere in questa realtà fino alla fine. Una mancanza pesante che tiene con il fiato sospeso chi ha coinvolto tutta la sua vita nella Comunità. Io mi do da fare per stare bene, però un domani può succedere di tutto. Debbo pensare pure alla mia vecchiaia. Se sono soddisfatta di me? Sì, ho vissuto pienamente, mi sono arricchita tanto. Di fronte a ogni evento bello o brutto sono cresciuta e mi sono attrezzata psicologicamente per resisterlo, per affrontarlo. Nella varietà della nostra vita, passi da una festa a un funerale, impari a commuoverti, amarti, amare quelle persone in quel preciso momento. Impari ad essere poliedrico. Penso che sia una dote che potevo esprimere anche a casa mia, però qui la mente l’ho aperta. Nel confronto è più facile trovare il giusto equilibrio. Altra cosa bella di Capodarco sono le conoscenze, le amicizie. C’è un passaggio continuo di gente e relazioni che rimangono vive e spontaneamente ti tengono attiva. Le persone raccontano della bella esperienza fatta e queste sono conferme. Che poi mi sia piaciuta tutta la Comunità no, qualcosa ho sopportato. La forza dell’ideale non cancella le difficoltà del quotidiano ma le attutisce. Il chiodo fisso da adolescente in poi è stato: ma questa vita come la voglio spendere? Come la voglio testimoniare? Non volevo cadere nella monotonia del ‘basta che sto bene io’. A Capodarco non mi è mancato nulla, grosse sofferenze non ne ho avute. Mi è mancata la famiglia di origine, perché sono andata poco. Sicuramente ho cercato di essere una risorsa e di chiedere poco, perché il messaggio era ‘cerchiamo di dare quello che abbiamo non di togliere alla Comunità’”.

COME INIZIA LA TUA GIORNATA?
“Ore 6.45 suona la sveglia. Mi alzo più o meno in fretta. Di sotto mi aspettano. Alle 7 apro il bar (lo chiamavamo all’inizio ‘BarHacca’…). Accendo le luci. Apro le finestre. Il sole all’orizzonte ci saluta col suo colore rosso fuoco. Arrivano quasi tutti insieme: Luigi, Enza, Giacomino, Vittorio, Roberto, Edoardo e qualcun altro, con il desiderio di un buon cappuccino caldo e sotto sotto, il bisogno di un sorriso per iniziare bene la giornata. Ci sediamo ai tavoli. Quattro chiacchiere in famiglia, una ricarica di energia fisica e morale e dopo 10 minuti ognuno si avvia. Trovo questo momento magico. Mi alzo volentieri presto e li ringrazio della loro compagnia. Pensandoci bene siamo tutti singoli ma non ci sentiamo soli. È un tempo di incontro, di serenità, di gioia seppur minima. Esprimo un momento di famiglia. Li accolgo attraverso un semplice cappuccino, la sicurezza di sentirsi a casa, l’affetto che non si dice però si scambia. Le piccole attenzioni che si consolidano in un sentimento”.

COSA RAPPRESENTA CAPODARCO PER GINA?
“Una sicurezza ma anche una battaglia per la centralità di ogni persona. Accettarla tutta è stato un po’ difficile, però ho resistito perché ne valeva la pena. Capodarco è l’opportunità di vivere una vita umana e sociale a 360°; la realizzazione di un progetto di condivisione voluto da sempre, che ha dato un profondo senso umano e cristiano alla mia vita e a quella degli altri. È una risposta alla solitudine. Un motto che ho sempre amato e mi ha fatto strada a Capodarco è: ‘Rendere straordinario il quotidiano’. Non è facile. È un percorso di crescita voluto, che dura tutta la vita. Debbo comunque ringraziare il Signore dei doni ricevuti rispetto a tante altre persone: la salute, la sensibilità, l’intelligenza e altro. Il fisico gli è venuto così così, ma ci accontentiamo”. (s.lup)

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Redazione Capodarco

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