Giornata mondiale della Salute Mentale. L’inizio della storia della comunità per pazienti psichiatrici a Fermo, era il 1999

Eugenio Scarabelli (Comunità San Girolamo): ricordare per ribadire che quella psichiatrica è una malattia non una colpa da scontare “Questa storia comincia in ospedale. Ma non in un ospedale psichiatrico ma in un piccolo ospedale di paese. Il primo piano di quella struttura oramai poco […]

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giornata mondiale della salute mentale. l’inizio della storia della comunità per pazienti psichiatrici a fermo, era il 1999
Eugenio Scarabelli (Comunità San Girolamo): ricordare per ribadire che quella psichiatrica è una malattia non una colpa da scontare

Eugenio Scarabelli

“Questa storia comincia in ospedale. Ma non in un ospedale psichiatrico ma in un piccolo ospedale di paese. Il primo piano di quella struttura oramai poco funzionale secondo i moderni criteri di assistenza, era stato riadattato e gli era stato dato il nome di Residenza Psichiatrica. Fu lì che cominciammo ad andare a conoscere i pazienti che l’Asur ci voleva affidare e per i quali aveva chiesto di approntare una comunità. Era una nuova proposta e la sfida fu raccolta nel 1999”. Così Eugenio Scarabelli, responsabile area clinica riabilitativa descrive gli inizi della Comunità San Girolamo di Fermo, la realtà legata alla Comunità di Capodarco, si occupa di salute mentale. Il racconto integrale è pubblicato nel libro Welfare Umano” di Vinicio Albanesi (Franco Angeli editore, anno 2022).

“Da pochi anni a Fermo aveva chiuso il manicomio che storicamente aveva accolto persone da tutta la provincia. In manicomio si sa, si andava per i più disparati motivi, a volte anche solo per problemi di tipo sociale o relazionale. L’operazione di chiusura definitiva quindi non fu proprio semplice perché, in ossequio alla legge 180 della quale si cercava l’applicazione, i pazienti ancora in manicomio avrebbero dovuto essere affidati a strutture più adeguate secondo la patologia o riaffidati alle famiglie d’origine”. E gli altri? Si domanda Scarabelli nel testo, quelli che c’erano finiti per una patologia non ben definite, quelli ora si trovavano in manicomio con una diagnosi o poco chiara o al contrario, così chiara da non poter trovare accoglienza in nessuna delle strutture alternative disponibili, magari anziani ma cronicizzati al punto da non andar bene nemmeno per la casa di riposo? E quelli che non avevano famiglia o di cui la famiglia non poteva più farsi carico, dopo 30 o 40 anni dal loro ingresso in manicomio?. “Erano loro – scrive -, i Residui manicomiali dei quali il Servizio sanitario nazionale, usando questa pessima definizione, ci chiedeva di occuparci, offrendoci l’opportunità di migliorare la vita a queste persone ma anche ponendoci una questione non da poco”.

Da dove sono partiti? Dalla conoscenza delle persone, che iniziò puntuale nelle settimane precedenti l’apertura della Comunità. Sacarabelli insieme ad altri operatori – che sarebbero poi stati impegnati nel lavoro -, iniziarono a trascorrere le giornate in quel vecchio reparto ospedaliero “nel quale, una volta che eri entrato usando l’ascensore, restavi prigioniero se non avevi le chiavi per uscire”. “Di disagio ne avevamo visto altro ed anche grave – confida il responsabile di San Girolamo -, ma il disagio che incontrammo li era differente. Non aveva una sola causa e non riguardava solo il pensiero delle persone ma coinvolgeva anche l’ambiente nel quale le persone erano inserite”.

Rendersi “affidabili e “farsi accettare” da individui che ne avevano già viste tante, che avevano già trascorso molti anni nella limitazione e nella chiusura, è stato l’ostacolo maggiore da superare ma a giugno del 1999, un gruppo di 21 persone inizia a vivere in Comunità, coadiuvati da 18 tra assistenti, infermieri, educatori, personale di servizio, una direttrice e uno psicologo, che si alternavano nel lavoro. Il modello di organizzazione è stato sin da subito quello di “una casa”, con ritmi e relazioni che dovevano richiamare “l’idea della normalità”. Al di là delle singole professionalità, prosegue Scarabelli “questo era il faro che ci guidava: immaginare quelle persone in una condizione e in una vita ‘normale’, fuori da un contesto istituzionale. Mangiar bene quindi, uscire spesso per andare in città, come al mare o in montagna; vivere in una casa ben tenuta, pulita e profumata anziché maleodorante di disinfettanti o di escrementi”.

Questo fu l’inizio della storia della comunità per pazienti psichiatrici a Fermo che, da subito, si legge nel racconto “furono chiamati ‘ospiti’ a ricordare che l’ospite in realtà è il padrone della casa ed è colui che ospita gli altri che vengono a fargli visita”. Fu anche l’inizio della vita di una comunità “che veniva guardata con sospetto dal vecchio personale manicomiale, ancora intriso di convinzioni stigmatizzanti sulla malattia mentale e convinto che solo con i vecchi metodi reclusivi e violenti, si potesse gestire la condizione psichiatrica”. Dei primi “residui” oggi resta una persona mentre il numero iniziale di utenti è raddoppiato, gli ospiti arrivano dal territorio, hanno lunghe e complesse storie personali e familiari alle spalle, sono spesso giovani e la loro età all’ingresso si è andata sempre più abbassando.

Riproporre questa storia, per il responsabile di San Girolamo “ci porta ancora una volta, ma in un modo che non risulta ancora retorico nonostante il passaggio degli anni, a ricordare che quella psichiatrica è una malattia e non una condanna giudiziaria. Che il malato è una persona sofferente al pari di altre persone affette da altre malattie e non invece un individuo che ha una colpa da scontare. Pensare a questo vuol dire trasfigurare radicalmente l’approccio alla psichiatria ed alla sua cura per farne un’attività che dev’essere riabilitativa indipendentemente dal livello di gravità raggiunto. Perché dalla malattia psichiatrica non si guarisce mai, ma il suo equilibrio è possibile e dipende dall’ambiente e dal sostegno che questo offre alla persona”.

Per questa Giornata abbiamo immaginato dei singolari libri di una sola pagina nella quale riportiamo le parole Anna, Fausto e Mauro, tre persone che hanno intrecciato la loro storia con la nostra e che da anni vivono nelle Comunità San Girolamo di Fermo e San Claudio di Corridonia (MC). Le due realtà legate alla Comunità di Capodarco che si occupano di salute mentale e disagio psichico. Le loro parole risalgono ad aprile del 2023 quando, in presenza del Card. Matteo Zuppi durante il convegno dedicato alla “sofferenza psichiatrica”, sono saliti sul palco e con grande coraggio, le hanno condivise davanti a una sala gremita.

“UN GIORNO MI DISSERO” – ANNA
“LA VITA NON E’ UNO SLOGAN” – FAUSTO 
“RESISTI” – MAURO

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Redazione Capodarco

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