“Una vita stringendo i pugni”: il nuovo mondo di Michele tra passioni e desideri

“Non cambiare mai, e se ti dicono di smettere sogna ancora più forte. Hai ragione a essere come sei, non è vero che sei debole, è che cerchi l’impossibile. Stringi i pugni e sarà come il tempo di un’estate mai andata via, ogni sogno mai andato via. Io questo sono e così […]

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“una vita stringendo i pugni”: il nuovo mondo di michele tra passioni e desideri

Non cambiare mai, e se ti dicono di smettere sogna ancora più forte. Hai ragione a essere come sei, non è vero che sei debole, è che cerchi l’impossibile. Stringi i pugni e sarà come il tempo di un’estate mai andata via, ogni sogno mai andato via. Io questo sono e così sia, stringi i pugni e vola via”. Sono i versi di “Stringi i pugni”, una delle più note canzoni dei Nomadi, ma rappresentano anche il faro e la guida di Michele, un ragazzo di 34 anni originario di Belmonte Piceno che ha trovato nella Comunità di Capodarco la sua casa ormai da qualche anno. “Con questa canzone vorrei far passare il messaggio che ognuno non si deve fermare e far abbattere dagli ostacoli che la vita riserva, bisogna andare sempre avanti con tenacia e fiducia”- ci racconta Michele che di ostacoli ne ha dovuti saltare parecchi, a cominciare da quello che il 7 aprile di 24 anni fa rischiò di mettere fine per sempre ai suoi sogni.

Michele Mancinelli

LA SUA STORIA 

La chiacchierata in compagnia di Michele inizia da lontano con alcuni ricordi. “Avevo dieci anni e andavo a scuola, facevo la quarta elementare quando una sera ho avuto un malore improvviso a casa”- racconta; subito la cosa disperata in vari ospedali fino al Policlinico di Ancona. I medici sono in dubbio se operarlo o no. Decidono per l’intervento e il referto è “angioma cerebrale nella fossa cranica posteriore”. L’operazione è tecnicamente riuscita, come dicono i medici, ma i postumi sono disastrosi: per oltre un mese Michele non muove nulla, lo sguardo è assente ed è costretto in carrozzina. Il primo contatto con Capodarco lo compie per svolgere le terapie nella palestra di riabilitazione, poi trascorre in una famiglia della Comunità tutti i pomeriggi. Al suo fianco sempre la mamma che lotta con tutte le forze senza mai perdere la speranza.

“Facevo le terapie qui, avevo diversi stimoli perché mangiavo sempre in compagnia e stavo con Gerardo e i suoi familiari” – ricorda Michele i primi momenti di una lunghissima riabilitazione. Nel frattempo la famiglia è tutta con lui, lha iscritto a scuola e lo segue costantemente con la speranza di miglioramenti che lentamente iniziano a intravedersi. Anche se Michele ancora non parla.

“IL DECESPUGLIATORE”

Fino al giorno in cui accade qualcosa di incredibile, la mamma stando a casa con le finestre aperte dice ad alta voce: “che cosa sarà questo rumore?”, il “decespugliatore” risponde Michele. La mamma non crede ai suoi orecchi, gli rivolge di nuovo la parola ed egli risponde. Il miracolo sembra avvenuto. Da quel momento inizia la seconda vita di Michele, ricorda i nomi di quelli che gli sono stati vicini; riconosce e saluta i pazienti che con lui hanno fatto riabilitazione. Non è stato ancora possibile ricostruire l’inizio esatto dei suoi ricordi, ma certamente negli ultimi tempi egli seguiva, memorizzava, ricordava. Oggi il suo percorso di resilienza stupisce anche chi gli è accanto tutti i giorni: Michele è in progresso costante, interagisce molto bene con le persone a lui vicine, riesce a camminare con l’aiuto di un deambulatore ed è ben integrato nella grande famiglia allargata di Capodarco dove tutte le mattine svolge le sue mansioni nel laboratorio pelli. E’ un lavoro che mi fa stare bene – ci spiega Michele. Sono lì dal lunedì al venerdì e faccio lavori di cucitura per diversi oggetti che produciamo, dai portachiavi ai portafogli fino a borse e portamonete. È una passione che ho ereditato da mia madre che era sarta, ho guardato lei come cuciva la stoffa e l’ho riportato sulla pelle”.

Michele in versione chef

MOTO E SOGNI

Poi ci sono le passioni che si porta dietro da quando era un bambino, “amo i motori e specialmente il motociclismo e i raduni d’epoca, una passione che mi riporta indietro negli anni a quando con la mia famiglia assistevo al Memorial Guido Paci, in onore di un motociclista di Servigliano morto durante una gara negli anni ’80”; e la sua quotidianità che lo rende felice: “la mattina sono impegnato nel laboratorio pelli, poi dopo il pranzo riposo e passo del tempo in compagnia con giochi di gruppo e attività varie come la cura dell’orto nei vasconi”.

Il breve incontro con Michele si conclude con uno sguardo al futuro, nelle sue parole c’è la consapevolezza di aver superato scogli grandi come macigni e che nulla può impedirgli oggi di pensare alla vita dei suoi sogni: “Vorrei che tutto ciò che sto vivendo oggi sia un passaggio utile e formativo per realizzare il mio desiderio che è quello di costruirmi una famiglia con le mie forze e di riavvicinarmi a casa. Magari anche stare con mia sorella che vive in un paese dell’entroterra marchigiano e trovare un lavoro che mi soddisfi e mi faccia sentire realizzato. Fare insomma una vita normale, con una persona accanto che mi voglia bene nei luoghi del cuore a due passi da casa”. “Più che un sogno è un obiettivo” – ci tiene a ribadire Michele. “Stringendo i pugni” come ha sempre fatto e come recita la sua canzone preferita.

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Redazione Capodarco

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