Distanziamento sociale: un ossimoro per noi operatori. “Sostenere chi aiuta”

“Questa situazione ci ha portato, tra le altre cose, a prendere confidenza con parole nuove, stonate e per fortuna di rarissimo utilizzo: “distanziamento sociale”, “contingentato”, “identità sociale limitata”, “assembramento” rappresentano molto spesso per noi operatori, per noi gente di comunità, un ossimoro”. Con queste parole […]

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distanziamento sociale: un ossimoro per noi operatori. “sostenere chi aiuta”

“Questa situazione ci ha portato, tra le altre cose, a prendere confidenza con parole nuove, stonate e per fortuna di rarissimo utilizzo: “distanziamento sociale”, “contingentato”, “identità sociale limitata”, “assembramento” rappresentano molto spesso per noi operatori, per noi gente di comunità, un ossimoro”. Con queste parole Antonio Scarpone, operatore della Comunità San Claudio di Corridonia (MC), struttura di tipo residenziale che accoglie persone con problematiche psichiatriche, ha raccontato le difficoltà e le sensazioni che l’emergenza Covid ha portato nella vita di comunità.

Un’emergenza che, sottolinea Antonio, “ci impone e ci permette di reinventare nuovi modi di passare il tempo e quasi sempre dentro quattro mura”. “Vivere la limitazione e la privazione” – prosegue – “è per noi una cosa straordinaria ma in molte situazioni per i nostri ospiti è l’ordinario. Situazione che per certi versi ci mette nella loro condizione e certamente non può non farci considerare il loro punto di vista. Personalmente, ad esempio, ho apprezzato questa Pasqua ristretta e intima, fatta decisamente di poca apparenza e molta sostanza. Trascorrere una festività lontani dagli affetti più cari, pochi fronzoli e tanto tempo da riempire, è stata una condizione straordinaria ma per molti ospiti è assolutamente normale e a volte difficile”.

“Se per loro c’è una certa libertà sul come passare questo tempo, non ce n’è spesso altrettanta sul dove. Noi operatori invece siamo piuttosto ospiti di noi stessi, nelle nostre abitazioni e all’interno di ristrette relazioni familiari, in alcuni momenti soli. Cosa decisamente nuova rispetto alla vita di tutti i giorni. Alla “solita” vita di qualche tempo fa. Tornando alla Comunità, per quanto essa sia una dimora accogliente e un ambiente protetto, la differenza sostanziale sta nel fatto che le case in cui passiamo la quarantena sono le nostre. Dunque ci impegniamo a rendere ancora migliore la presenza delle persone nella nostra struttura, con maggiore attenzione ai loro bisogni e a mantenere la routine tenednoli e tenendoci attivi, cercando di vincere dove possibile e anche dove impossibile la singolare novità dettata dall’emergenza Covid”.

L’arrivo quasi improvviso del virus nelle vite comunitarie ha rivoluzionato drasticamente concetti e abitudini quotidiane del tutto basilari per operatori e ospiti. A maggior ragione se questi ultimi necessitano di supporto psicologico. “Come si può evitare un assembramento in una realtà chiamata Comunità? Come gestire il distanziamento sociale (locuzione già di per sé orribile) in un contesto in cui si cerca piuttosto di favorire l’inserimento sociale?” – spiega Antonio Scarpone. “L’identità sociale poi è argomento ancora più complesso per chi vive una condizione di disagio psichico, perché l’accesso ad una molteplicità di cose è già in partenza limitato. Vuoi per la contingenza della situazione individuale, vuoi per una sorta di stigmatizzazione che da sempre accompagna la malattia psichiatrica. Ma questa è una vecchia storia. La novità è lavorare con una maschera che ti copre il volto e far capire che comunque sotto la maschera spesso ci sono dei sorrisi. A troppe parole a volte è preferibile l’azione, un agire consapevole che tutti i giorni mette in moto le varie attività della nostra Comunità. Scegliere le parole in modo da non creare ansia, vincere le paure e le incertezze degli ospiti che per forza di cose a volte si confondono con le nostre. Vivere una quotidianità che per fortuna e per professione non è molto cambiata, quando fuori dal cancello è stravolta. Lavorare con professionalità in un ambito decisamente particolare mentre l’irrazionalità è diventata quasi un problema più esterno che interno alla Comunità. Si lavora con più fatica certamente, ma anche con più fiducia e più speranza. La speranza sempre accesa è che arrivi presto il momento in cui potremo passeggiare senza sentirci Clint Eastwood, pronti ad affrontare lo sguardo dello sconosciuto sul marciapiede come nei migliori western. E anche su questo potremmo fare qualche parallelismo con la condizione dei cosiddetti “diversi”.

Convivere con questa situazione a conti fatti, pur tra mille difficoltà, può rappresentare un fattore di crescita umana: “In ogni caso” – conclude Antonio – “l’esperienza mi persuade sempre più che questa situazione per tanti aspetti drammatica possa comunque offrirci uno stimolo di miglioramento. Può spingerci ad apprezzare e sostenere chi si prende cura piuttosto di chi trascura, può farci preferire chi vuole unire e tenere insieme a chi tende a dividere. Può convincerci che l’aiuto sia la strada da percorrere, ora più che mai con metodo e attenzione, certamente con nuovi protocolli ma sempre con passione e magari un sorriso in più. Perché è bene adoperarsi per un miglioramento, soprattutto in un momento difficile in cui cambiare non è solo auspicabile, ma previsto per decreto”.

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Redazione Capodarco

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