Droghe, test sui ragazzi a scuola: “si spinge verso la ghettizzazione e la criminalizzazione”

“L’iniziativa di Verona riapre, se ce ne fosse bisogno, l’idea di una ‘tolleranza zero’ contro chi usa sostanze. Un modello bigotto e del tutto inutile, come analizzato da più studiosi e come emerso dalle politiche messe in atto, tutte evidentemente fallite”. Riccardo Sollini, vicepresidente della Comunità […]

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droghe, test sui ragazzi a scuola: “si spinge verso la ghettizzazione e la criminalizzazione”

“L’iniziativa di Verona riapre, se ce ne fosse bisogno, l’idea di una ‘tolleranza zero’ contro chi usa sostanze. Un modello bigotto e del tutto inutile, come analizzato da più studiosi e come emerso dalle politiche messe in atto, tutte evidentemente fallite”. Riccardo Sollini, vicepresidente della Comunità di Capodarco di Fermo, interviene sulle vicende di Verona, dove saranno effettuati test, su base volontaria, tra gli studenti minorenni degli istituti superiori. La notizia, annunciata dal Comune, dal Provveditorato e dall’Ulss9 (enti che hanno dato il via al progetto), si inserisce nel contesto delle azioni di contrasto dell’uso di sostanze tra i giovani e i giovanissimi. Un progetto in cui crede fortemente anche la Regione Veneto, ma che sta suscitando molti malumori in città e tra gli addetti ai lavori.

“Questo intervento ha il fascino di chi affronta la questione dell’uso di sostanze con l’idea politica forte della proibizione, piuttosto che analizzare la realtà e capire cosa serve ai ragazzi e a cosa bisogna rispondere. Andare a trovare chi fa uso di sostanze somiglia molto a chi cerca di svuotare il mare con un secchiello. E il perché è presto detto. I ragazzi a volte usano sostanze. Le usano tutti? Fortunatamente no. Può essere un utilizzo sporadico e temporaneo, dettato proprio dalla sperimentazione? La maggior parte delle volte si. Non va giustificato l’utilizzo, né va condannato. Occorre partire, allora, da un’analisi dei fatti, analisi che evidenzia che chi sperimenta o utilizza sostanze anche per un periodo più lungo della sua vita, poi in percentuale altissima smette”.

“La scelta di sottoporre a test i ragazzi e i bambini a titolo volontario (ma in caso di rifiuto vengono avvisati i genitori…), apre due scenari molto preoccupanti.
In primis, si spinge verso la ghettizzazione e la criminalizzazione di chi fa uso di sostanze, anche di chi lo ha fatto per la prima volta. Creando di fatto una prima identità da ‘tossico’, che lo porta a sentirsi protagonista di quel ruolo e a creare un gruppo unico. Gli unici strumenti reale di intervento sono l’educazione e la consapevolezza rispetto all’uso di sostanze. Percorsi che vedono l’impegno di insegnanti, famiglie e operatori nel cercare spazi di dialogo e di costruzione di consapevolezza. Il livello più alto di educazione è quello di fornire quanti più elementi di esperienza e di competenza, per portare la persona a scegliere individualmente cosa fare e cosa non fare”.

In secondo luogo, con queste iniziative il rischio è che le famiglie “diventino unicamente degli esecutori di pena, perché il messaggio è chiaro: ‘tuo figlio rifiuta il test quindi sicuramente è un drogato e nasconde qualcosa per cui tu devi punirlo’. Come se il ruolo della famiglia fosse quello del tribunale e dell’esecuzione della pena… Invece il percorso di formazione e accompagnamento serve anche alla famiglia stessa, dove magari il problema si stava già affrontando”.

“Ancora una volta, insomma, ci si concentra solo sulle sostanze, seguendo politiche sanitarie di prevenzione legate però agli slogan – afferma il vicepresidente della Comunità di Capodarco di Fermo -. Politiche che rappresentano rantoli di un’idea politica miope e stupida, di chi vuole che il dibattito si limiti alla gara tra proibizionisti e anti-proibizionisti. Gara che oggi non ha alcun valore, ma che anzi distoglie l’attenzione dai modelli seri di interventi di prevenzione, dalle alte competenze dei nostri servizi di intervento. Con operatori consapevoli del fatto che l’azione è complessa, strutturata in maniera sinergica con tecnici, professionisti, famiglie. Senza dimenticare che i protagonisti della possibilità di cambiamento sono proprio i giovani. Giovani che, in questo caso, diventano invece vittime sacrificali di un sistema che non valorizza le competenze ma esalta le inadeguatezze delle famiglie e dei ragazzi stessi”.
“Del resto – conclude Sollini -, quando si assiste ad una politica silente sui temi delle dipendenze e delle sostanze (e l’unica iniziativa dei politici è suonare campanelli per mettere alla gogna persone a caso), direi che da chi è della stessa linea politica non ci poteva proprio aspettare di meglio”.

Da parte sua, Michele Rocelli, responsabile della Comunità Arcobaleno (della Comunità di Capodarco di Fermo), aggiunge: “La dimensione nella quale la comunità Arcobaleno si sta innovando è proprio in controtendenza rispetto a quanto progettato a Verona. Stiamo creando un collegamento efficace con i ragazzi che utilizzano sostanze, tale da poterli intercettare e, a nostra volta, di farci i destinatari di richieste di cambiamento. Sempre più spesso ci troviamo di fronte a storie nelle quali i ragazzi ci chiedono di amalgamarsi e di farlo con i loro strumenti. La comunità Arcobaleno si sta inserendo come struttura generativa fondata sull’interazione, dove lo spazio possibile è quello creato dall’efficacia di un rapporto tra ragazzi e adulti che si arricchisce, si mescola in intenti e strategie e si tramuta quindi in una richiesta che coinvolge chi può rappresentare un riferimento. Se la direzione giusta – come crediamo – è questa, i ragazzi non ci percepiscono come controllori. Non pensano di giocare a guardie e ladri ma ci cercano, ci riconoscono partecipi e interessati alle loro storie, non ai loro sintomi. Ci piace pensare la relazione come un viaggio dove non il vento, ma l’assetto delle nostre vele, permette di poter costruire la giusta direzione da prendere. Solo così si ha la percezione di un viaggio che porta a nuove scoperte”.

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