Il dl sicurezza e il sogno inconfessato della città pulita

Il 7 novembre 2018, con 163 sì e 59 no, il Senato della nostra Repubblica ha approvato il cosiddetto decreto sicurezza, calendarizzato il 22 novembre alla Camera dei Deputati. “Giornata storica” l’ha definita il Ministro dell’Interno. In realtà è la prosecuzione delle leggi Turco-Napolitano (1998) […]

this.image.title
il dl sicurezza e il sogno inconfessato della città pulita

Il 7 novembre 2018, con 163 sì e 59 no, il Senato della nostra Repubblica ha approvato il cosiddetto decreto sicurezza, calendarizzato il 22 novembre alla Camera dei Deputati. “Giornata storica” l’ha definita il Ministro dell’Interno. In realtà è la prosecuzione delle leggi Turco-Napolitano (1998) e Bossi-Fini (2002) che già si erano occupate di immigrazione in Italia. L’approccio della nuova legge, ancora una volta, è di tipo emergenziale. Lo scopo è quello di tener pulite le città da tutti i problemi che i fenomeni dell’immigrazione procurano, dopo aver cercato di impedire, in prosecuzione del precedente governo, il flusso delle migrazioni, con molti morti che nessuno ha mai contato.

La presenza degli immigrati è significativa in Italia, come in Europa. Nel nostro paese  sono circa 5 milioni quelli regolari a cui aggiungere presenze altalenanti: 700-800 mila badanti, transiti via Schengen, rilasciati per turismo (che tale non è) e infine 600/700 mila senza permesso di soggiorno. Il recente Decreto sicurezza si occupa esclusivamente delle situazioni che creano problemi: da qui la serie di disposizioni con la pretesa di ristabilire l’ordine. Non affrontando le cause dei disagi sociali (non solo l’immigrazione), ma imponendo risparmi, rafforzamento delle forze dell’ordine, restrizioni, la pace e la sicurezza non torneranno. 

La domanda spontanea è: perché questo approccio, che dura da vent’anni, al fenomeno dell’immigrazione? La risposta ha una sua radice profonda, convinta, intoccabile. La propria identità e il proprio benessere di nazione, di razza, di popolo è da difendere contro gli estranei. Gli stranieri sono un pericolo: più grande e più allarmante di qualsiasi proprio disagio sociale. Essi sono considerati “rifiuti”. Papa Francesco parla spesso di “scarti”; un sinonimo più gentile di “rifiuti”. Non tutti i rifiuti sono uguali. Alcuni son riciclabili (si pensi alle badanti, ai lavoratori della ristorazione); altri sono preziosi (investimenti finanziari, laboratori conto terzi, commerci a basso costo, lavoratori in agricoltura). Infine esistono i rifiuti abbandonati (i vagabondi dei luoghi degradati).

Ci si appella spesso ai rischi del razzismo, dell’intolleranza, del fanatismo: è un angolatura fuorviante. Importante è trarre profitto dal nuovo fenomeno: nessuno protesta per i gruppi finanziari che fanno spesa in Italia, di giocatori di calcio e di basket di colore, di bambini stranieri che reggono le nostre sparute classi di scuola, di persone che lavorano conto terzi (in situazioni spesso disumane) per le nostre aziende, di chi si occupa di mestieri irricevibili per i giovani italiani. Il problema irrisolto è in quale discarica deporre i “rifiuti speciali”: i rom, i senza tetto, chi chiede l’elemosina, che spaccia, chi ruba, chi si ubriaca, chi è violento.

Il sogno inconfessato è avere una città pulita, magari con la badante che accudisce la nonna o il filippino per le faccende di casa o il cingalese che si cura degli animali, la nigeriana che, a basso costo, soddisfa l’animale maschio della casa. Importante che questi signore/signori siano soli, senza famiglia e soprattutto ligi alle regole. Le loro trasgressioni sono molto, molto più gravi delle nostre. Perché? Perché sono stranieri.

La storia non funziona così. Siamo un popolo di vecchi e benestanti, circondati da popoli giovani ed affamati. Come le rondini o i pesci emigrano, così avviene per gli umanoidi. Ieri ed anche oggi. In cerca di cibo e di sopravvivenza. Nelle nostre città del sud Italia ci sono tracce dei periodi persiano, greco, romano, arabo. Secoli di storia che ricordano le migrazioni. Occorre saperle gestire, altrimenti arriveranno i “barbari”, le cui origini sono purtroppo dimenticate da chi oggi si sente razza pura. L’unica razza che esiste è quella umana: solo nel tempo, e provvisoriamente ha assunto peculiarità proprie in piccoli e limitati territori. Una sfida formidabile. Occorre creare condizioni di vivibilità, combattendo il male, integrando culture e civiltà. In caso contrario saremo invasi ed espulsi. La storia recente degli Afrikaner in Sud Africa è un terribile esempio.

l'autore

Redazione Capodarco

L'ufficio comunicazione della Comunità di Capodarco racconta la vita della rete: persone, territori, diritti. Da sessant'anni diamo voce a chi spesso non ne ha. Tutti gli articoli

continua a leggere

Altre storie

Articolo

Lettera da Capodarco n.4 – Giugno 2012

In questo numero della Lettera da Capodarco:

– I quattro principi del “modello Capodarco”
– Contro lo schema disumano dei “ghetti” moderni
– Rafik e Issam, migranti e disabili
– Una scuola per diventare genitori consapevoli
– Loro a Cernobbio… noi a Capodarco
– Il viaggio amaro di una “vera” invalida
– Ecco i “tre mali” della Chiesa italiana
– Notizie dai servizi della Comunità
– IX Festa di Capodarco, il programma completo

Articolo

LA COMUNITÀ DI CAPODARCO

Nel Natale del 1966 un giovane prete, don Franco Monterubbianesi, fondava la comunità che si chiamerà in seguito Comunità di Capodarco. In occasione del compimento dei suoi settanta anni con l’intervista rilasciata al giornalista de L’Espresso Marco Damilano, ex obiettore di coscienza proprio a Capodarco, e la raccolta di tutti i suoi scritti, sono ripercorsi in questo volume trentacinque anni di storia e di vita della Comunità di Capodarco.

Articolo

FRAMMENTI DI SOLITUDINE. Storie e pensieri di figli della Comunità di Capodarco

Cosa significa essere “figli” della Comunità di Capodarco, e cosa comporta crescere in un ambiente come quello? Dallʼinfanzia trascorsa allʼinterno di Capodarco alla vita adulta votata ad aiutare gli altri, anche in Paesi esteri come Tanzania e Albania, Riccardo Sollini analizza quanto e con quale entità la vita di comunità abbia influito sulla sua crescita e sulla sua realizzazione come uomo e come essere umano. Una riflessione toccante e intima che, avvalendosi anche delle preziose testimonianze di altri “figli”, analizza senza banalizzarla unʼesperienza che in lui, quanto negli altri, ha acceso luci ma ha anche lasciato altrettante ombre.

Resta in contatto

Le storie della rete, ogni due settimane.

Reportage, nuove pubblicazioni, eventi e battaglie sui diritti. Niente spam, solo ciò che conta.