Residenze per disabili, visite a sorpresa per scongiurare la segregazione

Una prima visita a sorpresa c’è già stata, ad una struttura in provincia di Cremona che ospita oltre 400 persone con disabilità o non autosufficienti. Altre residenze, a campione, saranno visitate a partire dal mese di marzo, con l’obiettivo di monitorare le strutture e prevenire possibili […]

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residenze per disabili, visite a sorpresa per scongiurare la segregazione

Una prima visita a sorpresa c’è già stata, ad una struttura in provincia di Cremona che ospita oltre 400 persone con disabilità o non autosufficienti. Altre residenze, a campione, saranno visitate a partire dal mese di marzo, con l’obiettivo di monitorare le strutture e prevenire possibili abusi, trattamenti degradanti e forme di contrazione della libertà. Dopo un anno di monitoraggio preventivo, con il lavoro di creazione di una Banca Dati nazionale che comprendesse il maggior numero di strutture residenziali e non residenziali per persone con disabilità, entra nel vivo il compito del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, l’organo a cui nel nostro paese è stato attribuito, sulla base della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, il compito di monitorare le strutture per persone con disabilità a potenziale rischio di trattamenti inumani o degradanti.

L’obiettivo ultimo è quello di fare in modo che, come stabilito dalla Convenzione Onu, le persone con disabilità non vengano private dalla libertà (art.14), non vengano sottoposte a trattamenti degradanti (art.15), abbiano garantito il diritto al rispetto della propria integrità fisica e psichica (art.17) e al diritto alla vita indipendente (art.19). “Un aspetto, quello dell’autodeterminazione – dice il presidente Mauro Palma, che insieme a Emilia Rossi e a Daniela De Robert costituisce il Garante nazionale – che è molto difficile da raggiungere in numerose strutture che finiscono per avvolgere totalmente la vita del soggetto, mentre egli deve mantenere, pur nei limiti delle proprie capacità e possibilità, una possibilità di autodeterminazione, esercitando dove possibile diritto di scelta e di critica”. Proprio come accade nella struttura vicino Cremona, dove, racconta Palma, “abbiamo potuto vedere come anche a persone con disabilità gravissime veniva lasciata libertà di scelta nei pasti da consumare, attraverso la sottoposizione di due immagini di due diversi piatti fra i quali poter scegliere quello preferito”. Si tratta, in buona misura, di situazioni che richiedono un notevole approfondimento perché “sono molto ampi gli spazi e gli ambiti in cui vi può essere una privazione di libertà”, e non tutti sono immediatamente percepibili o evidenti: “La contenzione posturale può essere dovuta ad una condizione di necessità ma può anche sfociare in abusi, ad esempio quando viene attuata per limitare i rischi in caso di assenza o riduzione del personale di assistenza: è pertanto fondamentale capire – precisa Palma – quando si passa da una condizione ad un’altra”.

I DATI. Sono oltre 13mila (13.206) le strutture censite elaborando dati Istat aggiornati al 31 dicembre 2014, per un totale di 399.626 posti letto. Secondo la rilevazione Istat, quasi 220 mila ospiti appartenevano alla categoria degli anziani over 65 non autosufficienti, mentre oltre 50 mila erano gli adulti fra i 18 e i 65 anni con disabilità o patologia psichiatrica. Nell’ordine dei 3 mila i minori con disabilità o con disturbi mentale dell’età evolutiva. “L’80% delle persone disabili e/o non autosufficienti abitano in strutture che superano i 10 posti letto, che non hanno dunque una dimensione familiare ma che richiedono personale e una determinata organizzazione: sono soprattutto queste – specifica Palma – l’oggetto della nostra azione perché quelle in cui più facilmente può verificarsi una situazione che di fatto è di segregazione”.

Sono state censite, con l’aiuto determinante delle Università di Napoli, Firenze, Torino e Rende – strutture residenziali e semi residenziali: ci sono, nelle loro varie denominazioni dovute anche alla regionalizzazione della sanità, residenze socio-sanitarie e residenze socio-assistenziali, centri diurni di socializzazione, comunità alloggio, centri diurni socio sanitari per persone con disabilità. Tutte geolocalizzate e censite, con un lavoro di “discernimento” che ha provato a fare ordine in quella disomogeneità di classificazione (“dietro il termine generico ‘struttura per disabili’ si cela di tutto”) che lo stesso Comitato Onu che monitora l’applicazione della Convenzione Onu rimproverava all’Italia nel suo ultimo Rapporto.

GLI OBIETTIVI. Ora partirà la fase sul campo: “La nostra arma è quella delle visite a sorpresa, che faremo e delle quali pubblicheremo i rapporti, ma naturalmente non andremo a visitare migliaia di strutture, non è nelle nostre possibilità”, dice Palma. “Il nostro non è un lavoro per stanare le cose che non vanno, anche se ovviamente le segnaleremo: il nostro è un lavoro che punta a rassicurare le persone con disabilità, le famiglie e la società che nessuno ha dei diritti di serie B. Il nostro successo non sarà tanto trovare inadempienze, quanto essere un elemento di stabilizzazione”, fare in modo insomma che la definizione di indicatori puntuali che segnalino il rispetto o meno dei diritti garantiti dalla Convenzione Onu, e la predisposizione di una serie di raccomandazioni da far pervenire a tutte le strutture, aiutino a creare un clima di consapevolezza e di rispetto tale da scongiurare ipotesi di vera e propria segregazione in istituto. In quest’ottica, le strutture che saranno visitate saranno scelte non solo sulla base di criteri come quello dei posti letti (più sono, più c’è il rischio di istituzionalizzazione) ma anche su altri parametri, come il fatto che le persone ospiti consegnino alla struttura stessa i propri documenti di identità.

LA SITUAZIONE NELLE REGIONI. Il Garante fa notare come un sostanziale aiuto potrebbe venire da una regionalizzazione effettiva dell’istituto del Garante nazionale, questione che per Palma rappresenta una “urgenza”. Oggi infatti i Garanti regionali sono istituiti ognuno con legge diversa e hanno requisiti e compiti differenti a seconda delle regioni: in alcune di esse si occupano solo di detenuti, in altre non c’è il vincolo di indipendenza (sono nominati dal Presidente della regione e non dal Consiglio), e così via. La situazione attuale è che due regioni (Liguria e Basilicata) non hanno neppure una legge; tre regioni (Abruzzo, Calabria e Sardegna) hanno la legge ma non hanno un garante effettivamente nominato) e solo cinque delle altre regioni (Lazio, Umbria, Piemonte, Puglia e Lombardia) hanno un Garante che ha poteri equiparabili a quelli del Garante nazionale, ivi compreso quello di svolgere visite a sorprese. “Per queste cinque regioni prevediamo di fare alcune visite in affiancamento e poi di affidare il compito di proseguire ai Garanti regionali; altrove invece opereremo direttamente come Garante nazionale, ad iniziare dalle cinque regioni scoperte, che sono la priorità”.

L’AIUTO DELLE ASSOCIAZIONI. Ma per quante visite si vogliano compiere, “questa è un’attività che non va fatta in solitudine, perché richiede un grande controllo sociale”: ecco allora l’importanza anche delle segnalazioni da parte delle associazioni delle persone con disabilità e loro familiari. Associazioni che in fase consultiva sono state consultate e hanno contribuito al lavoro fin qui svolto. Tutti i risultati dell’attività entreranno poi a far parte della Relazione al Parlamento sulle attività del Garante nazionale.

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