È sicuramente vero che i figli vengono al mondo separandosi da noi come noi siamo stati strappati un giorno al corpo di nostra madre… Ed è altrettanto vero che la madre stessa si impegna con tutta se stessa in questo primo atto di separazione… È altrettanto vero che ogni nuovo passo compiuto dal bambino è una presa di distanza, un allontanamento, che si tratti di un gesto autonomo o della parola improvvisamente pronunciata. Il bambino al quale venisse impedito di compiere questo passo, rimanendo incollato ai suoi genitori, perderebbe la sua identità, o non riuscirebbe a trovarla. Sappiamo bene, tuttavia, quanto un bambino separato dai suoi genitori possa soffrire per la distruzione del nido e l’assenza incomprensibile; quanto la morte di una persona cara o di un animale da lui amato possa essergli inaccettabile; quanto un trasloco, una partenza, e in generale l’allontanamento da casa, possano essere insopportabili. E allora l’autrice desidera in maniera forte e inequivocabile comprendere più a fondo questi momenti vissuti dai bambini per attribuire loro il giusto significato. Non avremmo forse bisogno anche noi di comprendere meglio noi stessi, i nostri timori, le nostre resistenze, le nostre paure, le nostre gioie, per riuscire a penetrare meglio nell’angoscia, nell’esplosione di vita o nella lacerazione che talvolta vivono i piccoli? “Non dobbiamo mai banalizzare il loro stato d’animo. E neanche drammatizzarlo. Ma accoglierlo, e accoglierli. E, per fare questo, accettare interrogarci su quali siano stati, a suo tempo, i nostri errori e le nostre scoperte. Su cosa, ogni giorno, nell’adulto che siamo o che crediamo di essere, risvegli le tracce passate e sempre fresche dei nostri dispiaceri, delle nostre ribellioni, delle nostre vittorie”.
