Il bambino autistico – dice Catherine Milcent, medico e madre a sua volta di un bambino disturbato – è come un’orchestra senza direttore e senza spartito. Un autistico non è in grado di parlare, perché il linguaggio gli arriva come un suono indifferenziato; non è in grado di camminare perché dall’esterno gli arriva indifferenziato anche il movimento. Prova un’immensa paura per il mondo che lo circonda (persino per il primo sguardo della madre) perché ogni stimolo arriva come una frustata al suo sistema sensoriale, perciò tenta di dare un ordine proprio alle cose, dondolando la testa o mettendosi la mano davanti al viso centinaia di volte. Scoprire di avere un figlio autistico (in genere la scoperta accade quando ha cinque o sei mesi) è una tragedia per la famiglia, perché bisogna imparare a convivere con una persona che esiste, ma non c’è. Nell’ambito della tragedia generale, se ne verifica una particolare quando il medico (ingiustamente) ne attribuisce la responsabilità alla madre e la accusa di anaffettività. Il libro sfata questo preconcetto, ribadisce che l’autismo non può ancora essere guarito, ma insegna grazie a quali cure specialistiche si può portare un bambino autistico a parlare, lavarsi, camminare, andare in bicicletta, leggere, socializzare e, più tardi a lavorare, spesso benissimo. Una porta aperta alla speranza, scritta con passione, sapienza, e amore infiniti.
