L’America è uno dei pochi paesi al mondo che pratica tuttora la pena di morte. Il problema della pena di morte è soprattutto un problema culturale: è sconcertante che larga parte dell’opinione pubblica non prenda mai in considerazione un’alternativa per la lotta alla criminalità, nonostante sia ormai stato dimostrato che uccidere in nome della legge non ha alcun potere deterrente.
La pena di morte ha una lunga storia, ma in nessun luogo come in America è stata perfezionata, aggiornata, resa a volte apparentemente sanguinaria e a volte “invisibile” secondo le necessità del momento storico. E sono tuttora assenti segnali di sensibilizzazione nei confronti dei condannati a morte da parte dell’opinione pubblica, che è in genere indifferente al problema. Nonostante i cambiamenti arrecati dalla storia, sembra che l’incarcerazione, soprattutto nelle unità dove sono reclusi coloro cui è stata inflitta la condanna capitale, rimanga tuttora una potente forma di controllo sociale. Ancora oggi, i detenuti continuano a subire tormenti insopportabili: la tortura fisica delle guardie, della dignità umana, della negritudine, dell’identità etnica sono una realtà in tutti i bracci della morte.
L’idea iniziale di Bianca Cerri all’interno del libro era quella di offrire ai condannati a morte in America la possibilità di descrivere in prima persona la loro condizione, perché la loro voce è spesso assente dai libri e i rapporti che riguardano la pena capitale negli Stati Uniti. Le lettere, i sentimenti che compaiono in queste pagine non necessitano di una lunga introduzione. La sola rielaborazione da parte dell’autrice è stata quella di permettere alcune informazioni circa la storia della pena di morte e integrare alle lettere dei detenuti osservazioni sulle condizioni carcerarie e l’attuale sistema giudiziario americano.