Il tema più profondo e più arduo di questo libro – scrive Geno Pampaloni nella prefazione – è la pietà di Dio; nel duplice significato di pietà di Dio verso gli uomini, e di pietà degli uomini verso Dio.
Per questo appare così necessaria, così centrale, così eternamente simbolica la parabola del figliol prodigo. Con lo slancio dei grandi paradossi cristiani, padre Turoldo vede quella parabola dalla parte di Dio. È Dio il Padre che “si precipita” incontro al figlio, “e gli butta le braccia al collo”. Senza chiedere nulla; senza esitare; senza neppure fissarlo un istante in faccia, per non umiliarlo, e specialmente per non fargli vedere la sofferenza che ha sofferto: la lunga sofferenza di Dio per l’uomo lontano, per la creatura delle sue viscere.
Rivoluzione e amore sono dunque i due poli tra i quali scocca la poesia di padre Turoldo. Nei confronti con essa, i riferimenti letterari sono poca cosa, o svaniscono, e preferisco accantonarli.
Vorrei invece osservare che questa poesia, in versi o in prosa poco importa, mi conferma nella convinzione che il laico, quale io sono, è confortato e non respinto dalla fede del credente.
