Fin dagli anni Sessanta, la teoria dell’azione sociale si è venuta a trovare scissa tra le posizioni di tipo funzionalistico, che pongono l’accento sul sistema sociale, sottovalutando le dimensioni creative dell’azione, e quelle di tipo individualistico, che non riescono a rendere conto dei condizionamenti strutturali dell’agire. Sulla base di una critica delle posizioni attuali della sociologia dell’azione – da Luhmann a Boudon, da Touraine a Bourdieu, come pure Giddens e Alexander, Gallino e Habermas – l’autore propone una diversa prospettiva teorica, che si avvale dei contributi della fenomenologia e dell’emeneutica (nella linea che da Husserl e Heidegger giunge fino a Gadamer e a Ricoeur). Viene così sottolineato il nesso tra azione e situazione esistenziale e il carattere precategoriale dell’agire, ovvero la sua relativa irriducibilità ad ogni forma di determinazione simbolica. In questo contesto il concetto di potere, come capacità di gestione delle contraddizioni presenti nell’agire sociale, sia a livello soggettivo che strutturale, assume una posizione centrale, per la teoria dell’azione. Nella parte conclusiva il volume affronta infine, in relazione ai presupposti prima chiariti, alcune fondamentali questioni di metodo connesse alla ricerca empirica in campo sociale.
