La “Cattiveria” di Elisabeth Auerbarcher può essere una provocazione positiva. Lo è soprattutto perché non nasce da una messa in scena strumentale ma da convinzioni profonde e da un modo di essere che inevitabilmente si scontra con abitudini e credenze. I malati cronici, i ciechi, i cerebrolesi non sono più confinati nei lazzaretti come nel medioevo; ma siamo sicuri che la loro condizione sia davvero migliorata? Babette Auerbacher, oggi avvocato, nel 1973 ha partecipato alla fondazione del club “Handicappati cattivi”. Nel libro racconta la sua esperienza di handicappata, di ghetto, di esclusione e di lotte. Con la sua collera e la sua voglia di vivere si batte senza sosta per cambiamenti immediati.
Nel solco del movimento “Maggio 68”, piccoli gruppi di studenti e di lavoratori handicappati hanno cominciato a rivendicare non solo il diritto alla differenza, ma anche il lavoro senza discriminazioni, l’adattamento delle abitazioni e dei trasporti, il diritto a una vita sessuale normale.
Babette ci mostra come i meccanismi dell’esclusione e della differenza, e la paura di tutto ciò che è fuori della norma siano difficili da sradicare. E così l’isolamento, l’abbandono, la miseria, la sofferenza, il deserto affettivo diventano spesso un destino inevitabile per gli handicappati. E questo pur sapendo che gli incidenti, così frequenti nel mondo moderno, rendono tutti noi degli handicappati in potenza.